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Angola/ Occhi sull’Africa

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Educatori Senza Frontiere 328

Scritto da Gaia Maggini Caro Esf, devo scrivere, lo devo a me, a te , all’esperienza che sto facendo, su un foglio che questa volta è davvero troppo bianco. Appoggio saldamente la schiena al muro, faccio un respiro profondo e prendo in mano la penna. Dal punto in cui sono seduta ho una bella visuale di tutto quello che è il centro di Huambo, Angola, Africa. A dire la verità quando mi hanno comunicato la meta, il nome mi diceva ben poco. L’ho subito cercata sulle mappe e ho pensato: “Mi hanno proprio spedito in un angolo di mondo”. Ecco caro Esf, ci tengo a dirti una cosa: il posto in cui mi trovo non è affatto un angolo di mondo. Se i tuoi occhi potessero guardare quello che sto guardando io in questo momento, sicuramente converresti con me. Un angolo è un posto incavato, stretto e buio. Qui invece la luce la fa da padrone, dalla mattina con la sveglia all’alba, fino alla sera in cui prima di andare a dormire puoi vedere tantissime stelle. Ma la vera luce sono le persone che abitano questa terra. Ecco, l’Angola è terra: una terra combattuta, posseduta, amata; una terra lavorata, calpestata, vissuta e che non smette di farlo. Il sole tramonta, la polvere nell’aria è tanta, l’asfalto su cui sono poggiata è caldo. J. appoggia la testa sulle mie gambe e descrivere questo momento è davvero impossibile. L’Africa ti toglie le parole, ti fa prendere fiato. Vorrei che tu fossi qui, caro Esf, per condividere questo momento. Poggi un piede su questa terra e inizi a respirare veramente. Realizzi che l’aria di cui hai bisogno è composto da altri elementi, e questi sono qui. Basta un attimo e ne sei già dipendente. Dipendente da cose che, a scriverle su questo foglio, diventano davvero scontate e banali. Se l’arrivo a Luanda mi ha tolto le parole, Huambo me le ha restituite sotto forma di emozioni dritte dritte all’anima. Arrivare qui è destabilizzante: rimboccarsi le maniche e mettersi a lavorare è l’unico modo che conosco per riuscire a prendere in mano la situazione. Qui c’è tanto da fare e sembra che il tempo non basti mai. Da un momento all’altro, anche se dopo ore e ore di viaggio, ci si trova in una realtà completamente  diversa, a cui è impossibile abituarsi. Camminando per le strade, guardarsi intorno viene spontaneo come porsi delle domande. Si percepisce un altro tipo di umanità a cui non si è abituati, e forse neanche pronti,  a recepire. Tutte le immagini da cui vieni colpito si riconducono solo ed esclusivamente ad un fastidiosissimo punto interrogativo: perché? Trovare una risposta: impossibile. Io almeno non ci sono riuscita. Forse è proprio in questo il bello: imparare ad accettare che non è possibile sempre dare una spiegazione a tutto, che l’emozione non ha un libretto di istruzioni. E così, se prima di partire temevo l’Africa perché pensavo di non essere pronta, ora posso affermare a piena voce che non è più così. Perché in realtà, a certe cose, non si è mai pronti. Il trucco è lasciarsi andare, buttarsi. E’ bastata una settimana per sentirmi a casa anche dall’altra parte del mondo. Infondo respirare è automatico. Se essere qui è prendere una boccata d’aria, allora è stata ossigeno puro, e mi ha salvata.

Bolivia/ Incontrare Maria Fernanda

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Educatori Senza Frontiere 245

Scritto da Elisa Morbidelli Oggi voglio parlarvi del mio viaggio. Potrei parlarvi delle tantissime esperienze vissute, dei costumi Boliviani, così diversi dai nostri, della possibilità di andare in 6 in una sola moto, di vendere una bevanda fresca in sacchetti di plastica, potrei parlarvi della loro estrema calma in qualsiasi tipo di situazione. Potrei, ma non oggi.

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  • Cammino ESF 2014