di Silvia Grugnaletti

Cerco il sole ogni mattina dalla finestra della mia camera n° 7.
Vedo la sua luce farsi sempre più forte, piano piano, perché alle 5 si è già svegli, c’è movimento.
Ci sono gli infermieri che passano a salutarti perché vanno a casa dopo un turno di 24 ore, e quelli appena arrivati che si presentano con un gran sorriso e ti dicono “oggi mi prenderò io cura di te”.
C’è la doccia fatta con la bacinella e l’asciugamano insaponato, perché non c’è l’acqua corrente in questa stanza di ospedale. Fa niente – penso – è l’ultimo dei miei problemi in questo momento.
C’è la crema profumata e la treccia fatta con precisione dalle mani amiche di chi si prende cura di me, giorno e notte.
Arriva poi un momento che resto sola, per un po’, e così ne approfitto per affacciarmi dal balcone.
Il sole picchia forte ultimamente, dopo settimane di nuvoloni neri e piogge che ti coglievano alla sprovvista. Huambo è ricca di vegetazione in questo periodo, è verde come non l’avevo mai vista e piena. È piena di bambini e ragazzi in vacanza dalla scuola, perché qui è estate.
C’è la spensieratezza, la libertà, il correre in strada a giocare.
Poi ci siete Voi, i bambini che in strada ci sono sempre stati, forse liberi, ma non spensierati.
Vi trovo sempre negli stessi posti: fuori dal supermercato, ai Giardini della cultura, al Palácio, al mercato municipale, alla stazione. Tutti i posti più frequentati di Huambo, è chiaro, perché per elemosinare qualche moneta, devi arrivare prima degli altri. E anche perché è più facile rubare. Guardandovi, sembra tutto così semplice, naturale: arrampicarsi sui cassoni delle macchine, salire di nascosto sui treni per arrivare più lontani, correre nella folla per scappare, sedersi sui marciapiedi ed aspettare che qualcuno arrivi a prendervi, caricare sulle vostre spalle dei pesi che forse neanche io riuscirei a portare, rovistare nella spazzatura come se fosse un mestiere, un lavoro attento ed accurato, da fare da soli e in gruppo.

Cari bambini di strada, quante volte vi ho guardato da lontano con il desiderio di trovare, improvvisamente, un’idea geniale per risolvere quella che chiamano un’emergenza sociale. Voi siete un problema, una difficoltà, un disagio, un’urgenza per uno stato che non riesce a far fronte alla povertà. E gli piace etichettarvi come “bambini di strada”, perché “bambini orfani, poveri, maltrattati e abbandonati” era troppo lungo. Allora siete figli della strada che molte volte scegliete, la preferite ad una famiglia che vive nella miseria, che vi costringe a lavorare, che non vi tratta da bambini, che si scorda di voi, che muore.

Cari bambini, ho conosciuto molti di Voi in questo anno di servizio civile a Huambo e ancora mi chiedo perché, molte volte, siete fuggiti anche da un luogo che vi accoglieva e vi proteggeva. Sì, perché nel Centro di Accoglienza sono arrivati molti di Voi che dopo qualche mese, o quando finalmente si riusciva a trovare le famiglie, scappavano via e tornavano in strada. E noi educatori passavamo le giornate a chiederci dove eravate finiti e, soprattutto, perché abbiate preferito una vita che vi illude di essere libera e spensierata, divertente e facile, ma è piena di vicoli dai quali, un giorno, non riuscirete più ad uscire. Vi farete grandi lì dentro, alzerete sempre di più la posta in gioco e vi ritroverete a tenere in mano una pistola o a vedervela puntare in faccia.
Un giorno, un educatore della comunità ha guardato dritto negli occhi uno dei nostri ragazzi che aveva appena rubato al supermercato e gli ha detto: “chi ruba, finirà solo in due posti: in prigione o al cimitero”.
E il problema, cari bambini, è che a Voi non spaventa più nulla ormai.

L’altra notte vi ho sognato, come mi capita ogni tanto, senza volto, di schiena, per le strade di chissà quale Africa a camminare cercando di sopravvivere un altro giorno. E non credo che ci sarà qualcuno a dirvi di vivere, anziché esistere e basta.
Vorrei dirvi di non preoccuparvi, perché non siete i soli a sentirsi persi. I bambini di strada non sono un problema dei paesi poveri, perché “di strada” sono tutti quelli che preferiscono i bar, i parchi, le panchine e i muretti alla loro famiglia.

Cari bambini, gli adulti dovrebbero smettere di cercarvi per le strade nel tentativo di convincervi a tornare a casa e ad andare a scuola. Dovrebbero smetterla di sedersi attorno a delle lunghe tavolate con la giacca, la cravatta e il quaderno degli appunti per capire come possono affrontare questa emergenza sociale, perché Voi avete dei nomi, dei volti e delle storie che non si possono generalizzare sotto il nome di “bambini di strada”.

Noi adulti dovremmo arrivare prima, entrare nelle case e capire come possiamo aiutare quelle madri e quei padri che non fanno i genitori o che, afflitti dalla miseria, pensano anche loro che sia meglio lasciarvi andare in strada, in cerca di qualcosa di migliore.

Cari bambini che siete solo bambini, noi adulti dovremmo metterci una mano sul petto e chiederci cosa potremmo fare per rendervi tali, perché dovrebbe essere l’amore, e non la strada, a rendervi invincibili e liberi.