di Chiara Ferretti

“Non dimenticare che dare gioia dà anche gioia” diceva Nietzsche e mai come in questo periodo sento questa frase vicina. Sono in una fase della mia vita in cui più che dare ho bisogno di ricevere. Ho bisogno di esperienze e persone che possano riempirmi il cuore e possano aiutarmi a vedere quanta bellezza c’è anche nelle piccole cose, che probabilmente è quella più pura, vera, autentica.
Anche se solitamente quando si parte per un viaggio di volontariato si pensa di far del bene solo agli altri e di essere essenziali dando il nostro contributo, donando ciò che conosciamo, ciò che sappiamo fare, in un mese e mezzo in Palestina ho capito quanto in
realtà le nostre convinzioni siano sbagliate.
Più che dare, ogni giorno ho ricevuto qualcosa di straordinario, spesso talmente semplice da sembrare inizialmente insignificante ma che sono riuscita a custodire nella mia mente e nel mio cuore riuscendo a rimpolparlo e a farlo rifiorire.
La Palestina è un luogo così complesso, complicato e così pieno di contraddizioni che non può che affascinarti e intrigarti.
Ho conosciuto persone davvero speciali, che riescono a crescere e a superare difficoltà talmente grandi da non poter far altro che farmi pensare “ma io, davvero potrei insegnare loro qualcosa? Forse devo solo essere grata di tutto ciò che mi porterò a casa”.
“Grata” infatti è la parola che mi rimbomba in testa più spesso quando penso a ciò che ho vissuto.

I bambini dell’asilo mi hanno insegnato ad avere pazienza e che non importa che lingua parli, spesso bastano gli abbracci.
Le donne della casa di riposo mi hanno fatto capire quanto un saluto, un sorriso o anche solo sedersi accanto a loro durante la cena potesse portare felicità e quanto a volte lo “stare” sia più importante del “fare”.

I ragazzi dell’House of Peace mi hanno insegnato che è fondamentale non fermarsi alla prima impressione avendo il coraggio di guardare oltre per cercare bellezza anche dove sembra impossibile trovarne. I professori della Casa del fanciullo invece mi hanno accolta in quella che è la loro realtà e ho capito quanto essenziale sia lavorare cercando di migliorarsi sempre e aprendosi anche a chi ha su carta meno esperienze di te, perché comunque potrà donarti qualcosa di prezioso e potrai imparare sempre qualcosa di nuovo.
Sono tornata a casa quindi con un bagaglio davvero pieno di sensazioni, emozioni e sentimenti che ancora oggi mi scombussolano e che non ho del tutto decifrato ma se ogni volta che penso ai giorni passati lì, ai tramonti e le stelle visti dal terrazzo della Guest House, alle strade di Betlemme, all’odore del pane comprato prima di tornare a casa, all’ingiustizia provata dopo la visita all’Aida Camp o alla scuola di Gomme, alle decine di persone che ho avuto la fortuna di conoscere, all’alba nel deserto, alla colazione nella tenda dei beduini, alla buonanotte dei miei coinquilini e alle mie splendide compagne di viaggio, sorrido, mi emoziono e penso che questo sia già uno splendido regalo.