di Silvia Grugnaletti

“La tenerezza trova misteri dove gli altri vedono problemi“.

Ho appuntato questa frase su un foglio a quadretti e riposto con cura nel mio diario. L’ho letta in Angola, sul desktop della mia compagna di viaggio, e me ne sono subito innamorata chiedendomi cosa significasse per me.

La tenerezza, che grande mistero per l’uomo moderno, lottatore quotidiano sempre pronto a difendersi o ad attaccare qualcosa o qualcuno.

E la tenerezza che cos’è per gli Educatori?

Anche noi cadiamo nella tentazione di vedere i problemi nei posti più semplici, nella calma di una persona, nello sguardo di un bambino.

Ma forse questa tenerezza ce la portiamo dentro, ben messa da una parte, in un angolino. La custodiamo gelosamente, per mostrarla all’altro quando ci sentiamo pronti, quando decidiamo che Tu, sì proprio Tu, meriti tutta la tenerezza di cui siamo portatori.

Ma quando il nostro lavoro di Educatori s’incastra con i viaggi e con gli innumerevoli incontri, ecco, lì ci accorgiamo che non è così.

Da educatore, smetti di essere convinto che qualcuno meriti la tua tenerezza più di un altro. Non c’è più bisogno di tenersela ben stretta al petto, aspettando l’attimo giusto per mostrarla, dal momento che Io sono di fronte a Te e ci guardiamo, per sentirci visti da qualcuno che è lì, anche se solo di passaggio. Io ho la mia tenerezza, Tu la tua, ed inevitabilmente si incontrano, altrimenti non potremmo sentirci così vicini, così a casa, così Noi.

Il senso di quella frase, letta per caso, l’ho compreso fino in fondo all’isola d’Elba, durante gli ultimi giorni del 2018 passati insieme ai ragazzi della Mammoletta e ad altre sette volontarie di Educatori senza Frontiere.

“Cosa vuoi buttare di questo 2018?”

Foglietti sparsi nelle mani di questi giovani che scrivono liste di cose che dovrebbero buttare, dimenticare, strappare…

Eppure, ci dicono che vorrebbero tenere anche quelle, perché sono servite per crescere, capire, migliorarsi e perché, altrimenti, non sarebbero loro stessi.

Ed è grazie alla tenerezza di certi momenti che io ho smesso di vedere i problemi, le difficoltà, il dolore, ed ho iniziato a godermi la bellezza del mistero di ognuno di loro.

Chiudo gli occhi, ogni tanto, e rivedo i loro volti, uno ad uno, con la stessa tenerezza di quando li ho di fronte e ci guardiamo, ci ascoltiamo, ci capiamo, nonostante la differenza di età, le vite vissute, i sogni sperati, le ferite cucite male.

E trovo il meraviglioso mistero di un ragazzo che non voleva più vivere, di un altro che non credeva di meritare una vita migliore, di chi non riesce a perdonarsi, di chi ha paura del “dopo”, di chi ha avuto amori bugiardi e sorrisi spenti.
Trovo il mistero di tutte le mille strade in salita da loro percorse fino ad oggi, arrivati laddove sanno che ce ne saranno mille altre, ma con la consapevolezza che ci sarà la tenerezza ad accompagnarli: la loro, per riuscire a guardare il mondo con stupore; e quella degli altri, affinché capiscano che meritano davvero di essere visti, amati, perdonati.

Ho goduto del mistero di coloro che mi hanno concesso la tenerezza di accompagnarmi dentro le loro storie, tenendomi per mano ed entrando in punta dei piedi, insieme.

E c’è stata la tenerezza di un “A domani” detto in cerchio, durante una Parola, per dirci che ci sembrerà sempre di non esserci divisi mai, che sarà sempre un “A domani”, anche se ci rivedremo tra un anno.

Nessuna promessa, solo la sensazione di sentirci a Casa e al posto giusto, insieme.