di Marta Meroni

Se mi venisse chiesto di pensare a come è cominciato il nostro viaggio all’Isola d’Elba, risponderei senza dubbio alcuno “sedute attorno a un tavolo di legno”.
Il pomeriggio in cui abbiamo varcato il cancello che non c’è della Mammoletta, dopo aver salutato i ragazzi e le ragazze e sistemato distrattamente gli zaini in tenda, ci siamo ritrovate attorno a un tavolo di legno e abbiamo ascoltato attentamente le parole di chi aveva cominciato il proprio viaggio sull’Isola qualche settimana prima di noi.
Ci vengono narrate le gesta eroiche di piccoli uomini e piccole donne, che con le proprie mani, i propri occhi e il proprio cuore, hanno cercato di dare forma ai loro pensieri. Ci viene riferito che queste giovani creature abbiamo saputo camminare attraverso labirinti reali e immaginari e che abbiano potuto vedere il mondo, per un attimo, osservandolo attraverso una lente magica: lo sguardo degli altri. Hanno persino costruito un paio di meravigliose ali, uno per ognuno, ma dove sapranno portarli ancora non lo sanno.

Osservo le mie compagne ascoltare attentamente i racconti di ciò che è stato e le vedo trasformare in immagini le parole, dietro ai loro occhi. Poi ad un tratto una semplice domanda ci riporta presenti attorno a quel tavolo e ci rendiamo conto che è arrivato il nostro momento: da adesso tocca a noi.


“Chi siete?”, ci verrà chiesto più volte durante il viaggio, ma la prima volta questa domanda ha un sapore del tutto nuovo. Sa di presenza e di scoperta ed è in grado in pochi istanti di metterci a nudo di fronte agli altri. È un sapore che ci mostra in tutta la sua limpida semplicità che in fondo le persone intorno al tavolo non sappiamo davvero chi siano, non sappiamo davvero come si incastrano con noi, e noi con loro, e noi con gli altri.
Ci guardiamo negli occhi e proviamo ad articolare semplici frasi che possano, in poche parole, descrivere ciò che siamo, che crediamo di poter fare e che potremmo portare alla Mammoletta e ai ragazzi, nei giorni che verranno.
Ed ecco che queste anime semisconosciute, accomunate da chissà cosa ma senza dubbio dal voler essere lì in quel preciso istante, si dischiudono come boccioli con l’arrivo della primavera, facendo spazio all’altro, al noi, al loro. Ci accorgiamo che ognuna di noi porta con sé un piccolo bagaglio contente storie di vita differenti, esperienze, incontri, battaglie, sconfitte e vittorie. E dentro al piccolo bagaglio, accanto a tutta la vita che si mischia giorno dopo giorno, c’è una “borsina” ancora più piccola. Nessuna di noi è ancora pronta ad aprire la piccola “borsina” ma ci consola sapere che ne possediamo una, tutte.

C’è una frase che mi piace tanto e che ho deciso di donare alle mie compagne di viaggio prima di partire per l’Isola: “Il gruppo, insieme, è qualcosa di più della somma delle singole parti”.
Ed ecco che, chiudendo gli occhi, vedo le mie compagne tenersi per mano quando hanno il mal di mare, le vedo nuotare in mezzo agli squali con asciugamani colorati ai piedi e in piedi con fogli di carta, parole e musica fra le mani. Le vedo combattere contro i propri mostri, fare fatica, concedersi un pianto, senza mai mollare la presa. Le vedo osservarsi da lontano, senza perdersi mai di vista, aggrappandosi con tutta la loro forza a quel filo rosso che ci unisce.


Credo, ripensando ai dieci giorni alla Mammoletta, che siamo state capaci di formare quel gruppo che è davvero qualcosa di più grande della semplice unità dei singoli e mi piace pensare che sia proprio attorno a quel tavolo che le nostre unicità, giorno dopo giorno, abbiamo potuto scoprire nell’altro di valere molto di più, se insieme.

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