di Simone Torge

PIANO PIANO – MORA MORA: DOVE ALTRO DEVI ANDARE?

“Mora-Mora”, probabilmente una delle prime espressioni che impara chi arriva in Madagascar: vuol dire “piano piano” ( la “o” si legge “u” qui). È la prima espressione che ho imparato ad Ambalakilonga e, tra tutte, quella che mi riporto nel cuore dopo il viaggio. Un viaggio teso ad apprezzare la cura nelle cose ed il tempo nel suo scorrere in mezzo alle (tante) attività da realizzare.

Sì, perché le cose qui le devi fare per forza “mora mora”. Ad esempio, se devi andare in un posto ci vuole tempo: nella maggior parte delle occasioni, infatti, nei posti ci devi andare a piedi, piano piano, aggiustando il passo, trovando l’equilibrio sulla terra ripida e scoscesa, partendo in anticipo, per tempo, e quindi apprezzandolo. Andare all’oratorio richiede tempo, 20 minuti di cammino, andare alla Maison della Joie per giocare con i ragazzi ospiti della comunità richiede tempo, mezz’ora di macchina, fare una passeggiata verso la cattedrale pure: 2 ore di cammino. Mora mora: l’unica fretta qui è il sole che scende e tramonta con i suoi colori bellissimi ma, per il resto, la fretta non c’è e le cose si fanno con il tempo che ci vuole per farle, tanto o poco che sia. Ci vuole il giusto tempo.

Questa logica orientata alla lentezza è capace da sola di stravolgere il ritmo biologico di noi stranieri – wasaha, educatori -mpanabe o volontari qualunque sia la classificazione che vogliamo utilizzare consapevoli dello scarso valore di ogni distinzione; noi, comunque, noi intenti a fare tante cose tutte di fretta e, nonostante ciò, incapaci di raggiungere tutti i nostri obiettivi con il tempo e la vita che ci sfuggono sempre dalle mani.

Ma la filosofia del “mora mora”, piano piano, qui è in ogni attività di noi educatori ed è insita nella vita di comunità: ti porta a ritrovare il senso del tempo del pranzare insieme, apprezzando il gesto di iniziare insieme e di finire insieme, ti regala il tempo per il caffè che si prepara dopo pranzo al primo piano della casa, ti dona il tempo per cucinare insieme sapendo che il pollo va messo in forno prima della preghiera sennò si mangia a notte fonda. In ogni attività ed in ogni gesto praticato in comunità si apprezza il valore del tempo e di fare le cose “mora- mora”: se dobbiamo colorare un foglio ci si prende il giusto tempo per farlo “piano piano” per avere cura nelle cose, non fretta.

Apprezzare lentamente contrapposto al godere ferocemente, lentezza e cura invece di fretta e foga.

Fare un gioco per più di venti minuti per dare il tempo di apprezzare, entrare nel meccanismo, capire, vivere l’esperienza. Ritrovarsi a scegliere le carte di un gioco di carte, aspettando un minuto, un intero minuto fino a che chi è di turno non si sente pronto a scegliere: vivere il momento della scelta e prendersi il tempo dell’applauso da fare o della spiegazione da dare. Lasciare da parte la nostra velocità per apprezzare la lentezza come un valore e non come un ostacolo.  Apprezzare lo stupore dei bambini nel provare giochi nuovi mai visti e vedere che per imparare non hanno foga, ma imparano tutto “mora mora” piano piano ma con cura vivendo il momento con l’unicità che lo contraddistingue.

Proverò questo gioco ora, e chissà quando, allora ascolto, mi preparo, provo, vivo il momento presente e nulla più, piano piano non con foga, non con fretta. Si arriva così all’essenza delle cose: diretta, nitida come lo sono i profumi di questa terra, densi come il cielo che qui è vicino quasi da toccarlo. E’ un po’ come camminare seguendo delle frecce gialle che qui non ci sono ma cogliendo i segni e sapendo bene che ovunque tu debba andare l’unico modo per godersi il viaggio, per viversi il momento presente, per avere ricordi vividi e non sbiaditi, per serbare sensazioni e sentimenti, per innamorarsi delle cose che si fanno è andare piano piano.

“Mora Mora”, piano piano… dove altro devi andare?

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