Il nostro Lorenzo Bertoni ha svolto il Servizio Civile nel centro Casa Juan Pablo II, una comunità educativa rivolta a persone con problemi riferiti all’abuso di sostanze stupefacenti e alcol nata in collaborazione con Educatori Senza Frontiere. Dopo aver letto le storie dei ragazzi della casa vi presentiamo gli ultimi quattro racconti che concludono questa intensa narrazione.

di Lorenzo Bertoni

Due settimane passano velocemente, soprattutto quando l’esplorazione dello sconosciuto, sobbarca i momenti di riflessione.

É il momento di tornare a casa, dove per casa, intendo una comunità di recupero; questa consapevolezza, per un attimo, mi costringe a pensare a come sia cambiata la mia concezione di casa in questi mesi. Da una concezione rassicurante, quasi di statico comfort, in cui la regolarità la faceva da padrone e i miei passi sapevano sempre dove si poggiavano; a delle mura condivise con altri venti uomini, dove le difficoltà e le novità si mischiano con tanta indefessa abnegazione che quasi non si distinguono. Case diverse, luoghi fisici distanti centinaia di confini.

Prendo un aereo, due pullman, svariati taxi e oltrepasso due frontiere, con il solo lasciapassare del mio passaporto europeo, e finalmente giungo a casa.

Proprio quando pensavo di essermi lasciato alle spalle le difficoltà delle migrazioni, scopro che alcuni dei ragazzi che vivono nel centro, le hanno vissuto sulla loro pelle. Uomini, che come Fresly, hanno cercato un futuro migliore, non riuscendo però a raggiungere il proprio sogno.

Francisco é un ragazzo di 24 anni, la mia stessa età, non più alto di un metro e sessantacinque; magro ma con i muscoli asciutti di chi ha vissuto la pesantezza del lavoro e della strada; é ricoperto di tatuaggi, alcuni non proprio edificanti, che dalle spalle arrivano alle mani; un sorriso sdentato che contagia, condito da una incessante voglia di conoscere e scoprire. Lui il sogno Americano lo ha vissuto per circa un anno, prima di conoscere l’inferno Americano del carcere e della violenza; deportato, ora lotta per recuperarsi dalla droga.

Manuel é un uomo di quarant’anni, alto e snello, la faccia rotonda e un principio di calvizie che dirada i capelli ormai grigi; l’insaziabile fame di chi ha sofferto la mancanza di cibo e una risata che somiglia a quella di un bambino che gioca in cortile. Negli USA ci ha vissuto tre anni, ha lasciato un figlio e una sposa, ma non sa se potrà tornarci; non conosce una parola di inglese ma non stento ad immaginare che un modo per farsi capire, lo abbia sempre trovato; ora fatica ad integrarsi in un gruppo di giovani scalpitanti, ma nonostante questo, ogni giorno lotta per un futuro migliore.

Di storie come queste, Casa Juan Pablo II, ne é piena.

Il tema della migrazione é un tema molto sentito in Honduras; le recenti carovane iniziate proprio in territorio catracio, (in particolare da San Pedro Sula, una delle cittá piú violente al mondo ) hanno focalizzato l’opinione pubblica sul tema; tutte le forze del panorama politico chiedono una risoluzione del problema, ma le ragioni sociali ed economiche sembrano risiedere nelle profondità della società honduregna. Spesso, mi é capitato di rispondere a domande su come raggiungere l’Europa, su quali documenti richiedere o sulle leggi italiane; alla domanda se gli piacerebbe emigrare in Europa, quasi tutti rispondono di “Si”. Come se l’Europa fosse la terra promessa per il loro riscatto o un agglomerato di paesi che, per il semplice fatto di essere apparentemente più sviluppati, sono “migliori” del loro.

Per la prima volta ho potuto sperimentare quello che, fino a questo momento, avevo solo potuto studiare, cioè l’attrattiva che i paesi europei esercitano sugli stati in via di sviluppo, attraverso la pubblicità e la televisione.

La storia honduregna, che ho avuto il privilegio di poter studiare all’università di El Paraíso, é un susseguirsi di avvenimenti che hanno come comune denominatore quello dello sfruttamento e della prevaricazione; probabilmente per questa ragione, molti giovani sono convinti che la vita al di fuori dei patri confini, sia migliore di quella che stanno vivendo.