Il nostro Lorenzo Bertoni ha svolto il Servizio Civile nel centro Casa Juan Pablo II, una comunità educativa rivolta a persone con problemi riferiti all’abuso di sostanze stupefacenti e alcol nata in collaborazione con Educatori Senza Frontiere. Dopo aver letto le storie dei ragazzi della casa vi presentiamo gli ultimi quattro racconti che concludono questa intensa narrazione.

di Lorenzo Bertoni

Viaggiare sul filo del rasoio. Chissà che uno spostamento possa darti sicurezza, chissà che un esperienza possa darti la forza per affrontare il futuro, cambiare le prospettive e allargare gli orizzonti.

Quando però le emozioni vissute, si somatizzano?

Gli insegnamenti e le competenze acquisite che rimangono offuscate nell’ambiente che ci immerge, possono risalire la corrente solo nel momento del ritorno. Che sia un ritorno per ripartire, che sia un ritorno solo delle parole, magari davanti allo schermo di un telefono, o un ritorno incompleto, in cui c’ho che si ha lasciato non sarà più lo stesso. I colori prendono forma e significato, nel momento in cui si cambia, e il ritorno al punto di partenza ti da gli strumenti di lettura per la realtà abbandonata.

Perdita che genera consapevolezza, rinascita dettata dalla lontananza; e se io, che quasi mi accingo a tornare e a capire cosa sia stato quest’anno di servizio civile, inizio a fantasticare sul ritorno; l’immaginazione di un migrante si auspica di non tornare mai piú.

Un viaggio strozzato e mancante di quel ritorno agli affetti e ai luoghi, in cui la maieutica ti rende consapevole di quello che é stato.

Due viaggi talmente diversi, che nella loro incomparabilità, descrivono la realtà che ci circonda. Un viaggio per imparare a vivere ed uno per vivere, uno per allargare la propria mente ed uno per allargare lo stomaco, uno per sudare sotto il sole ed uno per imparare a sudare solo per il sole, dimenticando la paura e le minacce.

C’é poi chi, a tornare al punto di partenza, vi é costretto; in questo caso il ritorno viene stuprato dalla deportazione. Deportazione, una parola che fa emergere passi oscuri della nostra storia ma che tuttora trova posto nella società. Non é certo un favore quello di riportare in patria il viaggiatore, non é certo un atto di gentilezza, dettato dalla comprensione del viaggio in tutti i suoi livelli di conoscenza; é un atto profondamente violento in cui la bellezza del ritorno si trasforma in obbligo di fuga, e allora il viaggio si trasforma in catene, in vergogna e rimorso.

Due viaggi, così opposti da dare una sensazione di nausea e disorientamento; un ritorno a casa contrapposto ad un ritorno forzato a quella che era casa, un ritorno libero su ali rinvigorite contrapposto ad un ritorno in catene che pesano macigni, una sensazione di felicità contrapposta a vergogna e impotenza per quello che sarebbe potuto essere.