Il nostro Lorenzo Bertoni ha svolto il Servizio Civile nel centro Casa Juan Pablo II, una comunità educativa rivolta a persone con problemi riferiti all’abuso di sostanze stupefacenti e alcol nata in collaborazione con Educatori Senza Frontiere. Dopo aver letto le storie dei ragazzi della casa vi presentiamo gli ultimi quattro racconti che concludono questa intensa narrazione.

di Lorenzo Bertoni

“Fressly y Lorenzo Bertoni se conocieron en el bus”

Quella che potrebbe sembrare una normale affermazione di due persone che si conoscono in bus, racchiude invece una storia che per quanto breve, ci fornisce uno spaccato di vita quotidiana che spesso percepiamo distante e poco comprensibile.

Facciamo qualche passo indietro.

Da sette mesi vivo in una comunità di recupero per tossicodipendenti e alcolizzati in Honduras, svolgendo il mio volontariato all’interno di un progetto di Servizio Civile con l’Associazione Educatori Senza Frontiere, radicata da più di dieci anni sul territorio. Arrivato il momento delle vacanze io e Alessandro, il mio compagno di servizio civile, pianifichiamo di viaggiare per la costa est dell’Honduras, passare per il Guatemala ed arrivare in Belize; decidiamo di muoverci esclusivamente in bus, considerandolo il mezzo di trasporto più economica e che al contempo possa offrirci scorci paesaggistici invisibili da un aereo; la destinazione del giorno é Corinto, ultimo pueblo honduregno prima della frontiera con il Guatemala.

Arrivati a Puerto Cortés, il polo portuale più grande dell’America Centrale, é una giornata nuvolosa e senza un briciolo di vento, una di quelle giornate in cui ti sembra di essere sotto una teca di vetro o in un Truman Show in cui la città é isolata da invisibili mura di cristallo; l’aria é condensata sulla mia pelle e ogni movimento, anche il più piccolo ed insignificante, la trasforma in piccole goccioline di sudore che parsimoniosamente percorrono la mia fronte o si ammassano nelle cuciture della maglietta.

I posti sul pullman sono quasi terminati, mi avvicino ad Alessandro che mi indica con tono stanco di sedermi in un posto libero in fondo, occupato da varie bottiglie e cianfrusaglie di fianco ad un bambino. La sua pelle sembrava dello stesso colore della Rosa del deserto, é marrone, e le goccioline di sudore la rendono scorrevole al tatto e traslucida, occhi marroni e capelli da poco tagliati; una camicia blu impreziosita da piccole stelline gialle lo fa sembrare uno di quei bambini delle pubblicità dei cereali; indossa le scarpe della domenica, dei piccoli stivaletti blu perfettamente abbinati alla camicia.

Bastano pochi sguardi, per capire che entrambi sentiamo l’esigenza di condividere un pezzo di viaggio senza che i momenti scorrano apatici tra le distese di palme e agave. Io, spinto dall’irrefrenabile curiosità e vicinanza che sperimento per l’animo sognatore di un bambino, lui probabilmente ammaliato dall’immagine riflessa nei miei occhi che sembra suggerirgli che sfogarsi con questo straniero dai piccoli occhi e la barba incolta, possa essere una buona uscita d’emergenza per far fluire le paure angosciose che solo un viaggio verso l’ignoto possono regalare.

Lo saluto con l’imbarazzo dettato naturalmente dal mio carattere, lui contraccambia e la conversazione sembra arrestarsi ai formali scambi di convenevoli che due viaggiatori si scambiano su un sentiero di montagna. Passano due secondi e mi dice di chiamarsi Fresly, ne passano altri due e mi chiede come mi chiamo, ne passano altri cinque e mi confessa di essere un migrante. Lo fa sottovoce, in maniera totalmente inaspettato e con l’impulsività e la forza di chi racchiude un peso che spinge contro lo stomaco e che prima o poi, vince la pressione delle viscere ed esce di getto; parla a bassa voce perché ” Non dovrei dirtelo perché mia mamma mi ha detto di non parlarne con nessuno, lui é il coyote ( Termine usato per identificare trafficanti di esseri umani, dediti al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per lo più dal Messico agli Stati Uniti d’America)”,indicandomi con il dito un uomo seduto dietro sua madre aggiunge, “Lo conosco da tanti anni, lo chiamo zio. Sono contento di poter rivedere mio papà e mia sorella che già vivono negli Stati Uniti però mia nonna ha pianto quando glielo abbiamo detto”.

Confessandomi il suo segreto mi presenta la sua famiglia, una giovane donna mulatta dai capelli ricci e la faccia palesemente crucciata; probabilmente con un misto di timore e speranza nei confronti del futuro, e suo fratello maggiore , un bambino quasi identico a lui.

Più il bus macina kilometri più la curiosità reciproca ci spinge a creare una relazione. Mi regala delle scorze di mango crudo, delicatamente intrise di chile e cosparse di sale, mi regala la Pepsi leggermente tiepida che sorseggiava con fare assorto nel nulla prima di incontrare il mio sguardo di scoperta, “Perché fa caldo ed é meglio idratasi”; disturba per una breve manciata di secondi la madre e la costringe a regalarmi una piccola busta di plastica contenenti tre tozze palle di popcorn amalgamate in una crema di caramello che insieme al calore intenso, le rende viscose e appiccicose; come se non bastasse mi regala cinque Lempira (La moneta nazionale honduregna). Cerco di divincolarmi da questo ultimo dono ma nulla da fare, “Così potrai ricordarti di me”

É come se sentisse un fisiologico bisogno di lasciare un segno indelebile tra i ricordi fuggevoli che un viaggiatore si abitua ad accatastare nella sezione del cervello dedita alle storie; emisfero sinistro dell’orgoglio e della sorpresa generata, un po’ per spontanea ineffabilità, un po’ per goliardico egocentrismo.

Apro il portafoglio nella spasmodica ricerca di un dono che possa essere per lui vanto da sfoggiare ai nuovi compagni di scuola e, al contempo, amuleto magico di buona sorte nel viaggio. Sono indeciso se regalargli il mio “Passaporto” da Educatore Senza Frontiere, una piccola tessera identificativa che attesta il mio ingresso nel 2016 nella fondazione; il “Passaporto” però é nominale e penso che non sia una buona idea regalare un qualcosa contenente le mie generalità a un bambino che, sebbene l’illogicità del ragionamento, spostandosi sulla Terra sta commettendo un atto illegale, o quanto meno lo stanno commettendo i suoi genitori.

Decido allora di regalargli un biglietto da visita di un bar romano, lo stesso bar in cui ormai due anni fa avevo assistito al congedo calcistico di Francesco Totti. Fatalità della sorte il coyote guarda il piccolo foglietto presentante lo scudetto della Roma, non plastificato e leggermente sbiadito dal logorio del tempo e del portafoglio, ed esclama ” Francesco Totti, anche tu lo conosci?”

Asserisco laconicamente e rivolgo nuovamente l’attenzione al mio giovane compagno di viaggio. Il coyote é un omone di carnagione chiara, la pelle presenta degli arrossamenti sul viso e sulle spalle, sembra essersi scottato di recente; il viso paffuto e quasi buffo sembra contrastare con la gravità del momento, sulle morbide guance carnose e l’ampia fronte sembra scorrere un incessante fiume di sudore che l’omone cerca di arrestare, tamponandosi con un logoro fazzoletto di tessuto verde.

Il viaggio verso la frontiera prosegue, al piccolo Fressly si aggiunge il fratello; abbiamo stabilito una relazione e le domande sull’Italia si sprecano; tutta la curiosità dei due bambini, ignari della reale portata di quel viaggio, si manifesta.

“Come si chiama la tua città”, ” Qual é il piatto preferito dagli italiani?”, “Conosci il Colosseo?”….

L’irrefrenabile giovialità dei fratelli contrasta sempre più nettamente con la tensione della madre, guarda fuori dal finestrino con sguardo perso e gli occhi sembrano fissare punti immaginari all’orizzonte e cercare allo stesso tempo di salvare nei ricordi i colori delle piante e delle montagne che costeggiano il cammino, come se i kilometri percorsi siano impercorribili mari solcabili ora e probabilmente mai più. La staticità della situazione consolidata si rompe solo quando squilla il telefono della donna e al rispondere, scoppia in un pianto incontrollato.

Quando ormai mancano circa trenta minuti alla frontiera, ecco che si manifesta l’ineluttabile certezza dell’addio, pallida parvenza all’inizio del viaggio. L’ansia dell’addio da sempre assale gli uomini ma ormai ne sono abituato, nei miei viaggi educativi ho imparato a dire addio a persone con cui ho condiviso momenti indelebili e passi importanti della mia crescita; al contrario, i miei due piccoli compagni di viaggio, non sono ancora abituati a farlo.

Insistentemente mi chiedono di lasciargli il mio numero, dentro di me so che questo relazione non potrà continuare ma gli occhi di un bambino vedono il mondo con colori e dinamiche di una semplicità che noi adulti non riusciamo più a vedere, gli spiego come sia giusto che di questo viaggio permanga in noi il ricordo dell’incontro; sembrano capire ma comunque scriviamo il numero della madre sulla bottiglia di pepsi ormai vuota, usando come penna il caricatore del cellulare che riga la tiepida plastica; come se questo gesto altro non fosse che il desiderio di seminare sul cammino una speranza che possa generare improvvisi cambiamenti o inaspettate novità. La fantasia di un bambino non può essere frenata, soprattutto ora che si accinge a compiere un viaggio tanto reale da sembrare assurdo. Dentro di me sale la malinconia per la mia fortuna comparata a chi mi siede accanto, la sento ma la schiaccio e la sedo, non é il momento di abbattersi proprio ora.

Poco prima dell’arrivo decide di scrivere una frase sulle note del mio cellulare, una frase che possa attestare il nostro incontro; ne esce una concisa affermazione che racchiude l’essenza dell’incontro e un vettore per nuove riflessioni, “Fressly y Lorenzo Bertoni se conosieron en un bus”.

“Fressly e Lorenzo si sono conosciuti su un autobus”

Il pullman si ferma davanti al ponte che precede la frontiera, i miei piedi calpestano l’ultima striscia di terra catracha, a poche centinaia di metri il suolo guatemalteco. Controllo di avere tutto nello zaino e mi dirigo verso gli uffici d’immigrazione, non prima però di voltarmi a salutare i miei compagni di viaggio. La famiglia e il coyote stanno al bordo del ponte e sembravano in attesa che l’oscurità nasconda le paure di quello che sarà; ed é  proprio in quel momento che mi accorgo che alla famiglia si sono aggiunti almeno una decina di altri uomini, tutti in viaggio, tutti con speranze e sogni che rimangono in pausa. Prendo coscienza che il pullman per un terzo era composto da migranti.

Mentre passo la notte in Guatemala e mentre il sole lentamente scende sotto l’orizzonte e i suoi deboli raggi a stento illuminano gli spumi delle onde belizegne, non posso non pensare ai sogni, alle fortune, alle frontiere e alle follie del mondo. Era il 3 settembre, giorno internazionale del migrante, era il 3 settembre e sentii  di essere cresciuto, di essere stato nuovamente educato da questa meravigliosa quanto complessa terra latina.

 

Fonti Unicef segnalano che più di 12,000 persone, tra cui 3,000 bambini e  adolescenti, hanno oltrepassato la frontiera da Tecun Uman in Guatemala, a Tapachula, México, a partire dal 17 gennaio fino al 30 gennaio 2019.

In accordo con le cifre rilasciate dal governo messicano, più di 30,000 bambini e adolescenti honduregni, guatemaltechi e salvadoregni sono stati detenuti nel 2018.

Le rotte migratorie sono in continua evoluzione, con la costante di una crescente pericolosità. Le politiche restrittive, il rischio di deportazione, l’incarcerazione e l’allontanamento dai figli, oltre che il rischio di essere assaltati o rapiti, sta spingendo sempre più  persone a viaggiare per rotte alternative; attraversando il pericolosissimo Rio Grande per entrare negli USA o montando illegalmente sul treno denominato “La bestia”, che attraversa tutto il Messico fino alla frontiera nord-americana, un viaggio, stipati sul tetto dei vagoni merci, altamente rischioso che prende la vita a circa 700 persone all’anno.

Per un paio d’anni ho lavorato come educatore in un CAS (Centro d’Accoglienza straordinaria) a contatto con uomini e donne dalle storie tragiche e i sogni appesi ad un foglio di carta. Per la prima volta sperimento in prima persona quello che sempre ho vissuto attraverso le parole e le cicatrici di chi, all’interno di un progetto educativo individualizzato, ha condiviso con me una tappa fondamentale della sua vita.

Spesso con i miei amici scherziamo sul fatto che noi educatori restiamo tali in qualsiasi momento, da quando andiamo in discoteca a ballare a quando prendiamo un pullman, non tanto perché possediamo risposte o perché siamo mossi da carità cristiana ma perché abbiamo il sacro dovere di immergerci nelle storie del mondo. Solo così potremo imparare a viverci come uomini e donne che desiderano lasciarsi educare e tirar fuori quello che ancora non sapevano esistesse.