di Alessandro Pilia

Sulla scia del vivere a Casa Juan Pablo II mi sono trovato a riflettere sulla povertà.

Mannaggia, lo so lo so: tema abusato, triturato, sminuzzato, impastato, scomposto e incollato male. Nondimeno attuale, per ovvie ragioni, sebbene ancora fatichi a capire quando sia lecito parlare di povertà: come si deve presentare ai nostri occhi? come si misura? o ancora, esiste una tipologia univoca di povertà e indigenza? Inutile esprimersi su di una tale complessità all’interno di un articolo che è un battito di ciglia, e dunque sarà utile esordire innanzitutto con una semplice domanda: a cosa pensiamo quando parliamo di povertà? Senza voler peccare di presunzione suppongo che nella maggior parte dei casi la parola povertà rimandi ad un affanno di tipo strettamente economico, evocando scenari donde sia manifesta una concreta scarsità di risorse con le quali condurre un vivere reputato “umano” e accettabile; una mancanza che per varie ragioni si coniuga – nelle sue accezioni più gravi – in un’aspettativa di vita più bassa, una maggiore mortalità infantile e così via.

A tal proposito, l’inconfondibile tocco pragmatico della Banca Mondiale ha istituito nel 2015 la cosiddetta International poverty line (IPL), la quale ammonta a $ 1.90 e in buona sostanza rappresenta la soglia “salariale” minima sotto alla quale non è possibile accedere ai beni quotidiani elementari necessari per la sopravvivenza dell’individuo. Detto in breve, al di sotto di questa asticella si è decisamente poveri. Tale riferimento può ritenersi in buona misura corretto in svariati contesti, benché vi siano d’altro canto situazioni le quali faticano ad essere comprese attraverso la lente quantitativa dell’oggettività statistica.

Persistono, di fatto, realtà socio-culturali per i quali non sussistono parametri di lettura pertinenti l’oggettività; o peggio, rispetto ai quali affidarsi ad un istintivo moto comparativo (ovverosia ai nostri parametri incorporati di benessere e indigenza) può in potenza non portare che a grossolane conclusioni: povera è la casa con il tetto di paglia, è il bambino sporco a piedi scalzi, il pavimento di terra battuta dentro casa o ancora la mancanza di alcuni beni di svago e intrattenimento. In determinate situazioni è oggettiva l’assenza delle svariate possibilità ottenibili attraverso il denaro (viaggiare, studiare, o piú importante ancora l’accesso a medicinali e cure mediche), questo è innegabile, ma certo non pregiudica il fluire di esistenze spesso modeste ma felici.

A maggior ragione poiché la prospettiva “empatica” che spesso utilizziamo per sondare l’ ”altro” difficilmente può essere applicata per incorporare i suoi modi d’essere, di percezione del se o delle sue priorità, aspetti maturati e fatti propri vivendo i confini del proprio mondo.

Come accennavo più sopra, queste riflessioni nascono sulla scorta di alcune discussioni, di pensieri, e di dubbi anche, relativi alla realtà che stiamo vivendo. Nella fattispecie: che povertà popola l’Honduras? Di più tipi, sono convinto, sebbene i ragazzi honduregni che popolano la casa si soffermino in prima battuta soprattutto sulle condizioni economiche in cui versa il proprio paese; ostentando, nella stragrande maggioranza dei casi, una consapevolezza – o forse sarebbe meglio definirla un’idea, per certi versi – rassegnata ma decisa.

Si autoproclamano quelli del tercer mundo (terzo mondo), i poveri per l’appunto, in forte contrapposizione a noi del primo mondo. I ricchi. Il disagio che loro provano si legge nel fraintendimento nato dall’ansia di apparire da meno, li porta a vomitare denominazioni che non credo di aver quasi mai nemmeno usato, generando in me un disagio di tipo ontologico – per il solo fatto di essere italiano di un maledetto primo mondo – e in un certo senso contribuendo alla creazione di uno scarto identitario e sociale che diviene quasi matrice di fierezza; poichè la mancanza di denaro corrobora l’orgoglio di essere catrachos (così infatti si definiscono gli honduregni) duri e lavoratori, che hanno visto la morte per la strada, mentre l’europeo si trova d’altra parte ad incarnare tutto il contrario.

Cosicchè i ragazzi della casa (in maniera ancora piú estrema di quanto possa accadere al di fuori di essa) cercano di equilibrare un rapporto di forze enfatizzando il capitale corporeo, l’unico di cui dispongono all’interno di una realtà circoscritta in cui si è privati di qualunque bene accessorio.

L’aspetto d’altra parte piú interessante della critica e dell’interpretazione locale al senso della povertà in Honduras è il fatto che abbracci un’accezione ben piú sfaccettata rispetto alla povertà economica sulla quale ci siamo soffermati finora. Quest’accezione non ruota solo attorno al mero denaro, in riferimento al quale il vocabolario catracho presenta un sorprendente numero di termini diversi (pisto, vara, biyuyo, billete ecc.), ma anche ad una povertà di senso piú ampio: di modi di pensare, di essere e di comportarsi.

In altre parole, tutta una vasta gamma di mancanze che contribuisce a cancellare qualunque sbiadita possibilità di ascesa sociale. A fronte di questo discorso mi torna alla mente la definizione tripartita di capitale proposta dal sociologo Pierre Bourdieu: sociale (insieme delle risorse e di reti per la riproduzione di relazioni sociali), economico (condizioni materiali d’esistenza) e culturale (conoscenze e riconoscimenti formali di apprendimento).

Ora, le riflessioni locali che condannano sotto molteplici aspetti il paese centroamericano si dipanano proprio dal ribaltamento di questi concetti: esse non partono dal capitale, ma dalla sua assenza, la quale genera gli speculari concetti di povertà economica, sociale e culturale, che a loro volta si limitano vicendevolmente (poiché va da se che la mancanza economica limiterà quella sociale e viceversa).

Chiudendo il cerchio: è dunque un po’ questa la povertà? Piú o meno sì, un bel groviglio di cose, anche se alla fine, comunque, pare debba essere l’ingombranza della consuetudine ad averla vinta. Perché a dispetto della disincantata e raffinata coscienza delle grandi problematiche del proprio paese, la tendenza che riscontro è la percezione che, in ogni caso, l’Honduras non sia l’ultimo, perché la tassonomia ufficiale vuole che gli ultimi siano altri, cosi appare e così deve essere. Questi altri si chiamano Africa, e niente di più, e sale un po’ l’amaro in bocca quando lo dicono.

Mi chiedo perché lo facciano. Perché alla fine è vero? perché v’è una coscienza condivisa delle sembianze della povertà? o ancora perché v’è la speranza – quella che rende un po’ ciechi – di non essere, per forza, tra i fanalini di coda del mondo?