Scritto da David Perfetti

Seduto, sul lungo balcone di questa mia temporanea casa, con i piedi sopra la ringhiera, mi ritrovo a guardare in alto, cercando d’individuare le tante possibili sfumature di rosso che il cielo ci sta regalando. Nell’aria si respira serenità e i suoni intorno sembrano ovattati, quasi a non voler disturbare questo inizio di tranquillità, dopo una giornata intensa, piena di attività, scambi e relazioni. Le ombre diventano sempre più lunghe, come corpi stiracchiati e distesi, sembrano ricordarci che il momento del risposo si stia avvicinando e che il giorno stia per terminare.

Dei leggeri rumori di passi interrompono le mie visioni e mi accorgo che T., con i secchi in mano, si sta dirigendo, come sempre a quest’ora, verso il suo orto. Lo chiamo e gli dico di aspettarmi. Scendo le scale e andiamo verso il fondo, verso un muro di mattoni, di terra rossa, che separa il nostro mondo comunitario da quello esterno.

T. va a prendere gli annaffiatoi mentre io lo aspetto accanto al pozzo. È sempre stato una cosa che mi ha attratto, affascinato. Che mi ricordi, non avevo mai avuto modo di recuperare dell’acqua da esso. Un brivido di emozione, di quelli per le piccole e semplici cose, mi attraversa lungo le braccia.

T. è di ritorno e comincia a legare un secchio alla corda che pende dall’asta del pozzo. Prendo il secchio e lo metto sopra al pozzo.

T., forse percependo della titubanza ed imbarazzo nei miei movimenti, mi dice di aspettare, per farmi vedere come fare. Mi metto da parte ed osservo con attenzione i vari passaggi, i movimenti e le espressioni. Mi tornano in mente i miei primi giorni, qui ad Ambalakilonga, quei giorni di ascolto ed osservazioni, dove mi lasciavo guidare dai ragazzi per imparare le loro abitudini, gli orari e le regole, per cercare di fare parte della loro casa, per sentirmi e farmi sentire il meno ospite possibile, per essere meno straniero tra gli stranieri, e di come, poi, tutto si sia svolto con una totale naturalezza e semplicità, da farmi sentire subito a mio agio; così come, seguendo i pochi movimenti, il secchio pieno è tornato in superficie.

T. prende il secchio, travasa il contenuto nell’annaffiatoio, lo solleva e, dopo esserci guardati, si dirige verso l’orto. Penso a quanti strumenti abbiamo a disposizione, a quanti potremmo farne a meno e quanti, magari, non utilizziamo perché crediamo di non averne o perché abbiamo difficoltà a tirarli fuori. All’importanza della scelta del momento in cui utilizzarlo e della scelta dello strumento più idoneo al nostro fine. Se fossimo venuti ad innaffiare in pieno giorno, l’acqua sarebbe evaporata subito, senza lasciare il giusto tempo alle radici di assorbirla; se avessimo utilizzato il secchio, invece dell’annaffiatoio, avremmo incontrato difficoltà a regolare la giusta quantità d’acqua, rischiando d’inondare le piante, di schiacciare le più giovani o le più fragili, oltre ad aver utilizzato più acqua del dovuto, sprecando beni vitali ed energie.

Nel frattempo, prendo il secchio e mi avvicino al pozzo, mi affaccio e guardo verso l’interno, è oscuro e profondo, tanto da sembrare vuoto. Ho delle piccole vertigini, comunque intense, che mi fanno fare un passo indietro. È cosi difficile, spesso, osservarsi in profondità provando la sensazione, quasi, di perdere l’equilibrio e di cadere; abbiamo paura di scoprire, di trovare delle cose inaspettate, nascoste dall’oscurità dei nostri pensieri, non sapendo, in realtà, a quante risorse abbiamo dentro e che sono parte di noi.

Con una mano blocco la maniglia dell’asta della carrucola, lascio cadere il secchio nel vuoto e comincio piano piano a girare, facendolo scendere fino al tocco con l’acqua. Per raggiungere la nostra profondità ci vuole tempo, concentrazione e cura, se avessi lasciato cadere liberamente il secchio, la carrucola avrebbe girato con estrema velocità, con il grosso rischio che il ferro mi colpisca brutalmente la mano, facendomi molto male. Dobbiamo stare attenti quando partiamo per una scoperta, non dobbiamo aver fretta di arrivare, lasciando che il tragitto stesso ci indichi la direzione.

Se magari siamo noi ad accompagnare un viaggio, dedichiamo tempo per fare in modo che gli altri si fidano di noi, come il secchio alla corda, prestando sempre la giusta attenzione a non strattonarla troppo, ad essere delicati ad allungarla, avendo la pazienza che ognuno trovi il suo tempo per arrivare in fondo e che, una volta li, abbia gli strumenti per prendere quanto di più possibile, con i suoi mezzi e le sue tempistiche, quanto, cosa e come vuole. Ognuno di noi ha la propria sorgente, o riserva, ognuno ha la sua corda come strada, anche se a volte si può girare o ingarbugliare, ognuno ha un secchio capace di raccogliere emozioni, esperienze e risorse, indifferentemente dalle sue dimensioni.

Tiro la corda verso l’alto, un poco e diverse volte, permettendo al secchio di riempirsi al massimo della sua capienza, ed inizio a girare la maniglia per tirarlo su. Faccio dello sforzo, una certa fatica, ad ogni giro il muscolo del braccio è sempre più teso, sinceramente non mi aspettavo che questo tipo di attività richiedesse così tanta forza e applicazione. Bisogna avere coraggio e una certa dose di volontà per tirar fuori ciò che abbiamo dentro, magari lasciandoci imparare a farlo, e perché no, facendoci anche sostenere nella fatica, se ci rendiamo conto di non farcela da soli.

Prendo il secchio, lo sollevo e lo porto vicino all’annaffiatoio. T. continua a controllare lo stato e la crescita del suo orto ed io casualmente mi specchio nell’acqua appena recuperata. Quante volte ci guardiamo senza vederci, oppure soffermandoci scopriamo parti di noi che sono sempre state li senza accorgercene, quante volte ci presentiamo con questa immagine ma sappiamo che non è realmente la nostra, ma solo quella riflessa nello sguardo dell’altro. La superficie dell’acqua comincia a muoversi e il mio riflesso si modifica ondulando. Metto una mano dentro, per poi tirarla fuori subito, l’immagine specchiata scompare, scomponendosi per poi lentamente ricomporsi; che sia questo il nostro vero specchio, non quello statico, sempre uguale, che tutti vedono, bensì questo, più profondo, in movimento, scomposto, vibrante di emozioni, di sentimenti e di vite incontrate o vissute.

Riempio l’annaffiatoio, lo porto a T. e vado per prendere altra acqua al pozzo. Ripetiamo l’azione diverse volte, e in alcuni momenti mi unisco a lui ad innaffiare le varie piante che orgogliosamente mi mostra e che, con impegno e rispetto, cura ogni giorno. Quanti viaggi si possono fare in un viaggio? Quante partenze e ritorni, quante soste e scambi?

Si parte per una destinazione e si torna con molte più mete, spesso inaspettate, anche grazie alle diverse piante incontrate e alle loro storie raccontate, alle gocce d’acqua lasciate cadere spontaneamente per far crescere le radici libere di intrecciarsi ad altre, ai semi lanciati, scoperti o raccolti.

L’orto è stato innaffiato, per oggi abbiamo finito. Ci sediamo vicino al pozzo, T. libera il secchio dalla corda e ci fermiamo a guardare, nuovamente, per l’ultima volta, l’orto rigenerato, mentre la luce del giorno comincia sempre più ad affievolirsi. Ci ritroviamo così, uno affianco all’altro, in silenzio, come due timidi semi, entrambi di poche parole, che al momento, probabilmente, non sono neanche necessarie. Ci godiamo questo istante senza fuso orario, facendo sovrapporre i nostri tempi, senza preoccupazioni, poi faremo altro. Ora siamo qui ad ascoltare i nostri respiri, dopo i diversi movimenti, come seduti su un taxi-brousse, non sapendo per quanto tempo; solo quando sentiremo il nostro motore accendersi capiremo che è arrivato il momento di partire, di alzarsi e di andare, per proseguire con le ultime, poche, cose da fare della giornata, prima di lasciarci accompagnare dal sonno.

Grazie T. per aver voluto condividere con me questo tuo momento e per avermi permesso di entrare in un tuo luogo, tanto caro.
Grazie per aver realizzato un mio piccolo desiderio e per avermi dato la possibilità di riflettere e di agire. Ti auguro di continuare ad avere la giusta cura per i tuoi sogni, di mantenere la pazienza per vederli crescere e l’attenzione nel rispettarli. Ti auguro la forza per raccoglierli e per portarli con te, ovunque siano le tue mete.
Grazie T. per ricercare sempre nuovi semi da piantare, da far crescere e da lasciare lungo i tuoi futuri passi.