Quest’anno abbiamo scelto come città per il nostro cammino L’Aquila, 100 uomini e donne hanno cammino e riflettuto attorno alla parola “ESILIO” sulla scorta del pensiero di Maria Zambrano, Ungaretti, Primo Levi e molti altri.

Da questo cammino sono nate narrazioni intense e interessanti che in questi prossimi giorni vi faremo conoscere. Buona lettura.

di Sara Cofani

Poco fa sono stata attratta dal filo spinato.
Da questo divieto non verbale.
Da questo muro che non è un muro; perché ti fa vedere cosa c’è oltre e che semplicemente non vuole che tu ci vada.
Da questo materiale minaccioso fra i prati caldi e immensi.
L’ho guardato e sono tornata al 2013.
Ero a Lampedusa per un campo sui diritti umani.
Ero su un’isola che è un po’ un triangolo imperfetto e galleggiante, ma bellissimo.
Terra di colori forti, panorami sconfinati. Terra che si regge sul mare e sul coraggio di riconoscersi “nonostante tutto”.
Il suo splendore.
Il suo essere staccata dal resto.
Il suo silenzio.
Il suo tralasciare.
Il suo rimandare.
Il suo non volersi far abbracciare per via delle spine che da sola in alcuni punti, inconsapevolmente, ha messo su.
È stato un attimo pensare a Lei.
E pensare ai molti che la immaginano come nuova Casa o Passaggio, vedendola da lontano e desiderandola dopo un lungo e faticoso viaggio.
Perché gli uomini, in esilio, si nutrono di speranza.

“Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare
mi porto un po’ della tua ghiaia
un po’ del tuo sale azzurro
un po’ della tua infinità
e un pochino della tua luce
e della tua infelicità.”

Chissà cosa farei se fossi imprigionata su una barca in mezzo al mare.

Se non avessi una casa dove tornare.

Se dovessi scegliere fra il tornare in un campo di concentramento, tra gli stupri, le violenze, la fame, la sete.

O toccare una terra che non mi vuole ma che almeno ancora rispetta la vita.

Non lo so, so solo che avrei paura di non poter neanche piangere per la mia vita distrutta se dovessi da subito fare i conti con gli sciacalli, gli speculatori, le leggi assurde, l’incapacità, la negligenza, i razzisti, i fanatici, i reportage morbosi.

E allora mi dico che abbiamo bisogno di umanità, che dovrebbe essere sempre un gesto disinteressato, senza giustificazioni. Un po’ come l’amore che non ha bisogno di spiegazioni, un po’ come la fratellanza che non ha bisogno di comuni DNA.

La vita è un diritto di tutti e poi, un domani, potrei migrare io e forse un volto amico, un pasto caldo e un po’ di pace potrebbero essere decisivi per farmi vivere.

Con la speranza che possiate essere i benvenuti in città, scuole, quartieri, palazzi in cui riceverete una valanga di sorrisi umani di chi ci abita. Perché se hai perso tutto e sei solo al mondo, hai bisogno di questo per ricominciare.

Così per me, così per voi.