Quest’anno abbiamo scelto come città per il nostro cammino L’Aquila, 100 uomini e donne hanno cammino e riflettuto attorno alla parola “ESILIO” sulla scorta del pensiero di Maria Zambrano, Ungaretti, Primo Levi e molti altri.

Da questo cammino sono nate narrazioni intense e interessanti che in questi prossimi giorni vi faremo conoscere. Buona lettura.

di David Perfetti

Io danzavo perché era il mio credo, il mio bisogno, le mie parole che non dicevo, la mia fatica, la mia povertà, il mio pianto. Io ballavo perché solo lì il mio essere abbatteva i limiti della mia condizione sociale, della mia timidezza, della mia vergogna. Io ballavo ed ero con l’universo tra le mani, e mentre ero a scuola, studiavo, aravo i campi alle sei del mattino, la mia mente sopportava perché era ubriaca del mio corpo che catturava l’aria.*

Devo andare! Qui non riesco e non posso restare.
Vado, comincio ad allontanarmi dalla mia terra conosciuta, dai miei ricordi, dai miei rumori.
Mi ritrovo a camminare girando, su me stesso, intorno alle cose che incontro. Vado davanti facendo curve, seguendo linee serpenteoidali, immaginarie, spirali che mi fanno tornare indietro pur andando avanti.
In questo luogo, dalla terra e dagli animi scossi, si cammina in questo modo, almeno così mi hanno suggerito di fare.
Al principio mi sentivo scomodo, mi sembrava inutile questo andare, impossibilitante al fare, non si faceva altro che girare intorno, senza mai affrontare una situazione.
Volevo chiamare casa, ma continuo a provare a girare intorno alla cabina senza mai riuscire ad afferrare la cornetta; provo a fermarmi e a cambiare direzione, senza riuscire nell’intento.
In un momento, mi appaiono davanti delle persone sconosciute, in gruppo, che camminano verso di me, in linea retta, e nuovamente, all’improvviso mi sento diverso, escluso.
Vedo delle grosse automobili, mi intimoriscono un po’. Sono dello stesso colore degli abiti degli uomini di prima. Gli giro intorno, più e più volte, quasi fossi un delicato vortice. Voglio abbracciarli, dimostrargli che anche con il mio andare diverso, vorrei accoglierli, per poi magari sentirmi accolto anche io.

Non avrei mai fatto il ballerino, non potevo permettermi questo sogno, ma ero lì, con le mie scarpe consumate ai piedi, con il mio corpo che si apriva alla musica, con il respiro che mi rendeva sopra le nuvole. Era il senso che davo al mio essere, era stare lì e rendere i miei muscoli parole e poesia, era il vento tra le mie braccia, erano gli altri ragazzi come me che erano lì e forse non avrebbero fatto i ballerini, ma ci scambiavamo il sudore, i silenzi, a fatica. (…) la mia sofferenza sarebbe stata impedirmi di entrare nella sala e sentire il mio sudore uscire dai pori del viso. La mia sofferenza sarebbe stata non esserci, non essere lì, circondato da quella poesia che solo la sublimazione dell’arte può dare. Ero pittore, poeta, scultore.*

Continuo, proseguo il mio cammino. Per un attimo provo a seguire il loro moto retto, forse ordinato, ma con lo sguardo giro, la mia vista proietta in aria, intorno a me e ai pensieri, i miei desideri e la mia voglia di futuro che si trasformano in un zootropio in movimento.
Decido di diventare totalmente quell’andare centrifugo, alzo gli occhi al cielo e comincio a girare su me stesso, come un derviscio. Il sole mi acceca la vista, il movimento mi disorienta ancor di più, fino a trasformarsi in qualcosa d’inaspettato.

Sono qui, ma io danzo con la mente, volo oltre le mie parole ed il mio dolore. Io danzo il mio essere con la ricchezza che so di avere e che mi seguirà ovunque: quella di aver dato a me stesso la possibilità di esistere al di sopra della fatica e di aver imparato che se si prova stanchezza e fatica ballando. Se rincorriamo solo la meta e non comprendiamo il pieno ed unico piacere di muoverci, non comprendiamo la profonda essenza della vita, dove il significato è nel suo divenire e non nell’apparire. Ogni uomo dovrebbe danzare, per tutta la vita. Non essere ballerino, ma danzare.*

Mi accorgo, riprendendo un apparente equilibrio, che anche se ti senti costretto a fare qualcosa che non ti piace, anche se ti consigliano di seguire un determinato sistema, tu continua a seguire i tuoi sogni, ciò che ti fa sudare di piacere, metti in prospettiva i tuoi desideri e falli arrivare in alto, qualsiasi sia il loro moto, e poi conservarli nella lanterna della tua cupola interiore.

Chi ha sempre bisogno di stimoli per amare o vivere, non è entrato nella profondità della vita, ed abbandonerà ogni qualvolta la vita non gli regalerà ciò che lui desidera. È la legge dell’amore: si ama perché si sente il bisogno di farlo, non per ottenere qualcosa od essere ricambiati, altrimenti si è destinati all’ infelicità.*

Oggi vado seguendo la mia spirale, domani non lo so ancora, sicuramente continuerò a perdermi nelle mie vertigini, seguitando a ballare con i miei ideali, fuori ritmo e in modo scoordinato.

Ma l’unica cosa che mi accompagnerà sempre sarà la mia danza, la mia libertà di essere.*

*Lettera alla danza di Rudolf Nureyev