di Susanna Tagliabue

Ci sono alcune cose che quando ci ripensi ti chiudono lo stomaco, ti fanno bruciare la gola e salire le lacrime agli occhi. Io, a queste cose, troppo spesso ho reagito buttandole in un angolo di cervello, quasi in automatico, credendo che così facendo avrei potuto non pensarci mai più.

Etiopia, lo ammetto, anche con te ho fatto così. Una volta tornata non riuscivo a pensare allo Smiling Children Town senza che gli occhi mi si riempissero di lacrime, né riuscivo a ricordare le fredde mattine scaldate dagli abbracci dei bambini, nè le altrettanto fredde serate passate a ballare tutti insieme sotto il tukul. Per non parlare di quelle manine piccole, piccolissime, che afferravano le mie per portarmi ovunque in quel centro così bello e pieno di vita e di speranza. Ripensare ai sorrisi, alle mani nella pasta del pane, ai sassolini che saltavano giocando a Saddiqa – ripensare a tutto questo mi faceva male, e così ho scelto di non farlo.

Eppure, a me così irrispettosa, tu hai dato così tanto. Mi hai fatto riscoprire l’amore incondizionato, quello senza giudizio, quello che anche se sono una frana a giocare a pallavolo i bimbi facevano a gara per avermi in squadra perché l’importante è giocare insieme.

Mi hai fatto scoprire lati di me che non sapevo esistessero, hai tirato fuori una grinta che era rimasta celata per troppo tempo e una semplicità e leggerezza che ormai credevo di aver perso.

Mi hai ricordato che essere fragili può anche essere una cosa bella, che attraverso la fragilità si può crescere e migliorare. Etiopia, hai visto lacrime scendere dai miei occhi che erano tanto tanto simili a lacrime scese molto prima, dovute alle stesse insicurezze. Una cosa, però, era diversa: la certezza di avere qualcuno al mio fianco, qualcuno che mi avrebbe aiutato a rimettermi in piedi. La certezza di non essere sola.

Grazie, Etiopia, perché hai donato un senso nuovo al concetto di viaggiare. Per anni viaggiare è stato un modo per scappare, una smania furiosa di essere “ovunque, ma non qui”. Tu, però, mi hai regalato la bellezza del viaggiare per la soddisfazione del vedere gli altri felici. Mi hai regalato il viaggiare per poi tornare a casa.

Ma più di tutto ti ringrazio per la cosa più bella che hai fatto: insegnarmi l’importanza del rivivere le esperienze passate, la necessità di riprendere in mano quello che è stato per poterne imparare qualcosa, il coraggio dell’affrontare anche – e soprattutto – quelle situazioni che ci fanno bruciare la gola. Perché solo così si riesce ad incorporare alla vita di tutti i giorni quelle piccole lezioni di vita imparate altrove, quei dettagli che ci fanno vedere tutto da un’altra prospettiva, quella bellezza intrinseca alla diversità che ci cambia da dentro, piano piano, pezzettino per pezzettino.