Scritto da Fabio Iadeluca

Trujillo, Honduras 4 agosto 2011

Caro Pablito,
Ti scrivo perché il tempo qui in Honduras ha un senso tutto suo. Scrivo a te per continuare il mio diario di viaggio, altra faccenda parecchio complicata per me. Quest’anno, per la prima volta, trovo il coraggio di mettere nero su bianco i passi honduregni, ma da 4 giorni non riesco a scrivere. Un tempo apparentemente breve, che in questo contesto equivale ad un’eternità. Un’eternità di avvenimenti, un’eternità di emozioni vissute. In 4 giorni si vivono stati d’animo contrastanti da un momento all’altro.
Dopo i giorni di casa Juan Pablo ci siamo trasferiti sulla costa e, come ci aspettavamo, il caldo è stato il nemico numero uno. L’accoglienza però è stata ottima: il piccolo angolo di mondo ritagliato per noi tra due capanne, un gazebo di paglia (vera!) ed un ruscello a far da cornice ci hanno permesso di uscire dal mondo. Arrivati qui il contatto con i ragazzi è stato duro, perché lo spazio è ristretto e perché, come sempre, mi ritrovo a combattere con i miei dubbi, le mie paure e i miei limiti. Non riesco mai ad individuare al volo la linea tra me e loro, non riesco a trovare quello spazio apolide nel quale io, occidentale “ricco e ben abituato”, possa mescolarmi con loro, abitanti del sud del mondo con un passato difficile.
E vado giù. Come ogni prima volta. Come successe in Bolivia un anno fa.
E poi…e poi all’improvviso capisco che non esiste uno spazio da ricercare ma solo un tempo da attendere: quello della fiducia, quello del rispetto, quello della diffidenza. Passato quel tempo la distanza diventa invisibile e vivere fianco a fianco diventa inevitabile. Inevitabile parlare, inevitabile guardarsi, inevitabile mescolarsi. I sorrisi diventano complici e le parole, seppure in una lingua assurda, si fanno mezzo.
In tutto questo vorrei raccontarti di una società indietro nel tempo, che dimentica il mondo intorno e dove uomini a cavallo, a piedi, in bicicletta convivono con mega macchinoni americani. Dovrei parlarti di misure di sicurezza ostentate con fucili a canne mozze mostrati con semplicità e naturalezza fuori dai supermercati o su uno scuolabus che ci accompagna in un orfanotrofio. Questo però è lo stesso paese che vive di una natura incontaminata e potente sul mar dei caraibi, con albe mozzafiato e piogge torrenziali che ci sorprendono alla sera, come a donare una boccata d’aria a tutto e a tutti. Dovrei parlarti ancora della nostra esperienza nei suoi aspetti pratici, dalla carovana e di quello che stiamo facendo in casa Juan Pablo, ma questo lo lascerò al mio diario. A te lascio le mie sensazioni, ti racconto di come non sento la mancanza del mio telefono, dei miei contatti, della frenesia delle mie giornate. Sono tornato ad apprezzare il tempo ed il suo ritmo, dettato dal solo che nasce, cresce e poi cala per far spazio alla notte.
Le prime sensazioni di attesa, inutilità e difficoltà, quasi superficialità, lasciano spazio alla vita vera, fatta di emozioni che danno forza, di sguardi che riempiono il cuore, di una solidarietà e un rispetto che sentivo di aver perso nella quotidianità.
Ti saluto, nella speranza che questo cammino mi ponga ancora mille domande e che possa proseguire maturo a arricchito al mio ritorno. Sono solo ad un quarto del mio viaggio e le mie paure si trasformano in aspettative e speranze. Passo dopo passo vivendo col cuore spalancato ogni evento. A presto!

Fabio

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