Scritto da Giorgia Dell’Uomo, docente dell’Atelier del corpo.

Nel weekend di fine marzo si sarebbe concluso il percorso de “L’Atelier del corpo”, due giorni in cui ci saremmo ritrovati con i nostri corpi: li avremmo interrogati, li avremmo messi in gioco, li avremmo forse ri-scoperti.

In un tempo come quello che stiamo vivendo cosa potremmo chiedere ai nostri corpi?

In un tempo come quello che stiamo vivendo mi sono seduta e ho iniziato ad ascoltare quello che invece il mio corpo ha da chiedere a me: la risposta è stata “presenza” e “attenzione”.
Christian Bobin nel suo libro “La presenza pura” scrive: << Mi piace appoggiare la mano sul tronco di un albero davanti al quale passo, non per assicurarmi dell’esistenza dell’albero – di cui non dubito – ma della mia.>>

In questo tempo mi piace stare in silenzio e senza far nulla, un tempo dedicato al respiro, un tempo durante il quale mi accorgo di non saper respirare, mi accorgo di avere sempre il petto chiuso e sentire dolore alla schiena, mi accorgo di come finora la mia vita fosse piena di azioni e “vuota” di presenza.

Ovviamente, come molte delle cose che capita di provare in questi giorni, il tutto è molto enfatizzato, come se ci fosse una lente d’ingrandimento su noi che ci fa vedere le cose più grandi di quello che sono, ma ciò non toglie che ci siano. Allora ho deciso di osservare quando il mio respiro viaggia libero, quando le mie posture non mi provocano dolore.

Mi viene alla mente un esercizio che si fa nel teatro fisico e che propongo nelle mie formazioni: la costruzione di un “piccolo me” con l’argilla.

Costruiamo bendati il nostro corpo con un pezzo di argilla, una volta finito, ci sbendiamo e osserviamo la nostra creazione. Quel piccolo corpo in argilla è il risultato dell’ascolto e della percezione di noi stessi, a volte è sorprendente di quante cose ci racconti di noi. Come un corpo di argilla anche il nostro, per non seccare, per non spezzarsi, per mantenere la sua plasticità e la sua attitudine alla trasformazione e al cambiamento, ha bisogno di essere bagnato di tanto in tanto, di essere nutrito.

Sempre Bobin ne “La presenza pura” scrive: << Se san Tommaso mette il dito nelle piaghe del Cristo risorto, non è tanto per porre fine ai propri dubbi, quanto piuttosto perché ci sono momenti in cui la vita se ne è andata così lontano nello smarrimento e in cui la sua presenza è così scottante che non resta che tacere – e toccare con la punta delle dita il corpo miracolato dell’altro.>>

E qui arriva il tema dell’attenzione, volgere l’animo verso qualcosa, penso che se in questo momento si riesca a volgere l’animo verso noi stessi, verso i nostri corpi, arrivando ad un ascolto e ad un sentire onesto, autentico e privo di giudizio, forse rincontrare l’altro e le nostre vite sarà più straordinario.