di Alessandro Pilia

L’Honduras è più giallo di quanto lo immaginassi. Gialle sono le distese di erba secca bruciate dal novello sole estivo, che almeno per un altro mese ci terrà sotto il suo sguardo vigile. Giallo è il cappello del vaquero che sfila lento tra le strade del villaggio di El Paraiso, così come gialle sono le nuvole di polvere che si levano al passare dei fuoristrada che abitano il piccolo pueblo.

Da maggio, mi dicono, l’aria comincerà a rinfrescarsi e a riempirsi delle prime piogge, e con esse fiorirà un po’ del verde che mi immaginavo dominasse l’Honduras. Ad una manciata di chilometri dal centro cittadino sorge Casa Juan Pablo II, dove viviamo e lavoriamo noi volontari; procedendo verso sud il punto d’ingresso di Las Manos e la frontiera con il Nicaragua.

Ai lati della Carretera Panamericana — quella sorta di insieme di strade che viaggiano attraverso il continente americano, dallo stato dell’Alaska giù giù fino all’estremo sud del continente, passando per l’Honduras — colline su colline, basse e puntute, compongono il paesaggio come una tovaglia stesa male. Dappertutto una varietà locale di pino, che con un po’ di stupore scopro essere l’albero nazionale di Honduras: e chi l’avrebbe detto che un pino potesse essere rappresentativo di una nazione affacciata sul Mar dei Caraibi? Lo stesso serpentone asfaltato ci ha condotti dalla capitale Tegucigalpa fino a Casa Juan Pablo II, il cui cancello d’entrata è situato sul margine della carreggiata, incastrato su pareti in cemento dipinte e decorate: su una campeggia il volto di Giovanni Paolo II, sull’altra un aquilone ed una delle frasi iconiche della Casa: “libres de volar”. L’altro “leitmotif” è la “tremenda gana de vivir”, la tremenda voglia di vivere, il quale fa capolino su molte delle pareti della casa. Tutto bello, ma cosa significano queste parole? O meglio, a chi debbono significare qualcosa? In senso lato la tremenda voglia di vivere è, o perlomeno dovrebbe essere, un obiettivo di tutti e di nessuno in particolare, ma qui è soprattutto per le persone che abitano la Casa che tali parole hanno un senso ben preciso, più intenso. Più vero. Queste persone entrano tutte per lo stesso motivo, ma alle spalle sono seguite da ombre di storie diverse. In comune hanno tutte il fatto che sia stata la dipendenza dalla droga, di qualunque tipo, a compromettere la propria vita e talvolta a compromettere quella degli altri. Sono tossici. Alcuni non hanno più nessuno o hanno allontanato tutti da se; si sono guardati allo specchio, hanno trovato un po’ di coraggio e hanno deciso di tentare di cambiare, e vedere come poteva andare. Altri ancora, in particolar modo i tanti giovani che vivono con noi, vent’anni o giù di lì, sono stati spronati al cambiamento da parte delle proprie famiglie. In tal senso è forse utile evidenziare la parola “spronati”, e non obbligati, poiché uno dei presupposti del programma di reabilitazione di Casa Juan Pablo II è proprio il fatto che debba essere cominciato e condotto di propria spontanea volontà.

Ci sono poi quelli che sono caduti, hanno respirato lo sporco della strada e su di essa sono rimasti fin troppo a lungo: sono quelli che hanno realizzato di non voler o poter scendere più in basso, o più semplicemente di provare vergogna nel farsi riconoscere dagli altri come coloro che abitano i margini della società: queste ultime sono in buona sostanza le persone che hanno vissuto la calle, una delle parole che più sento ripetere qui nella Casa, e che letteralmente non è nient’altro che la strada. Tuttavia, lungi dall’essere solo questo, la parola calle evoca per molti una parte della propria vita, sagoma lo spazio fisico e ideale del crimine e dell’illecito, dello sporco del corpo e della mente, un luogo dal quale fuggire che però esercita anche un certo fascino. I ragazzi che hanno vissuto la strada sono tra quelli che più colpiscono, poiché  portano con se storie incredibili — a volte quasi difficili da credere — popolate da ubriaconi e drogati, individui loschi, violenti, poco inclini alla trattative; da aggressioni, armi, furti e cose ancor meno piacevoli.

Tutti loro — i tossicodipendenti — sono quelli che devono modellare se stessi, che non devono dimenticare quello che sono stati, ma al contrario sperimentare il disagio di ricordare se stessi con mente lucida, prendersi le responsabilità dei legami deteriorati, riscoprire tutte le buone ragioni per sudare un cambiamento che è troppo semplice, troppo codardo, accantonare, e riscoprire una tremenda voglia di vivere. Molti non ce la fanno e lasciano la Casa prima della fine del programma, ed è davvero brutto quando succede. Da quando siamo qui ho già visto andarsene diverse persone, e in questi momenti viene da chiedersi, in modo ammetto un po’ egocentrico, cosa potevi fare di più. Tuttavia non siamo certo noi a dover cambiare le persone, quanto più le persone a dover ascoltare, ad essere ricettive al nuovo. Molti escono perché convinti di essere pronti: ovviamente non basta ultimare un programma per essere preparati a tornare a vivere una vita regolare, ma è altresì vero che la presunzione di poter ultimare un percorso dopo una manciata di mesi lascia dubbiosi rispetto alla testa che chi getta la spugna porta con se nel mondo fuori.

Casa Juan Pablo II è una comunità dove noi del Servizio Civile abbiamo cominciato a prestare servizio come volontari. Insieme con i ragazzi si mangia, si lavora, si gioca, ci si sporca, ci si prende in giro e ci si batte il pugno. Siamo entrati in punta di piedi in una casa dall’altra parte del mondo, e poco a poco stiamo cominciando a posare i talloni a terra, a fare un po’ più di rumore quando ci muoviamo.

Soprattutto comincio a rendermi conto di come Casa Juan Pablo II sia, in un certo qual modo, un’oasi nel deserto, un porto sicuro dove riposarsi e ristorarsi. Paradossalmente ciò risulta quantomeno evidente quanto più si rimanga all’interno delle sue mura: è solo quando — ancora una volta — ci si mette in punta di piedi e ci si sporge oltre il muro di cinta che si apprezza il valore di ciò che abbiamo, di ciò che qui dentro acquista chi inizia il proprio programma di riabilitazione: lavoro, cibo, un tetto, un letto pulito, tempo da dedicare agli altri ma soprattutto alla cura di se stessi; tempo per ridere, per pensare e non pensare.

Fuori invece il mondo scivola sempre allo stesso modo, non aspetta nessuno, e se rimani indietro è un po’ un problema tuo. E come abbiamo visto rimanere indietro qui in Honduras è tutt’altro che improbabile, o auspicabile. Quasi ogni sera, poco prima di cenare, si accende la televisione, e alcuni ragazzi si posizionano di fronte a quella finestra a pixel sul mondo esterno: sparatorie, rapine, regolamenti di conti e spaccio di droga è tutto ciò che quotidianamente sgorga dalle reti nazionali. Da una lato sono certo notizie terribili, alle quali faccio ancora fatica ad abituarmi, ma loro malgrado obbligano i ragazzi in percorso ad una fredda riflessione, rendono più saporiti i nostri semplici pasti a base di riso e fagioli.

Perché mentre fuori accade tutto questo noi siamo qui, a crescere, ad imparare l’uno dall’altro, a cercare di nutrirci degli antidoti ad un paese stupendo ma difficile.