di David Perfetti

Hai presente quella sensazione che provi quando vai in una grande casa abitata, nel tempo, da diverse persone, dove ci sono tante camere, vari piani ed in alto una soffitta, con una robusta porta, chiusa da molti giri di chiavi?


Tutte le volte che trascorri dei momenti tra quelle mura, il tempo e la storia, viaggiano tra le stanze e le voci degli ospiti.

Un giorno, mi ritrovai in compagnia di uno dei portieri di un casale. Mi chiese di fargli compagnia fino alla soffitta.
Dalle sue tasche prese la chiave più grande e cominciò a schiavare la serratura della porta. Ogni mandata, inversa, emetteva un suono differente della precedente, rimbombando un eco interiore lungo e silenzioso.
La porta si aprì con estrema leggerezza, al contrario delle sue dimensioni e del suo peso.
All’interno, le pareti erano tutte percorse, su varie altezze, da lunghe mensole con sopra delle scatole.
Ognuna era diversa dall’altra, di forma, colore, decorazione, peso; ma tutte avevano un piccolo foro per la propria chiave.
Mi ritrovai così, inaspettatamente, dentro una wunderkammer di ricordi, dove ogni scatola apparteneva ad una persona, ad una vita vissuta, oppure desiderata.
Una volta ripreso dallo stupore, mi accorsi di essere rimasto solo, il portiere era sparito. Ero lì, io e le scatole.


D’istinto mi avvicinai alle mensole e, come in un sogno, cominciai a ballare per le scatole, prendendole a turno, una per volta; accarezzandole dolcemente, spolverandole dal tempo passato, regalandole soffi di presente, facendole divertire, donandole un po’ di libertà e d’attenzione.

Notai che, nonostante la loro solida compostezza, di legno, latta, cartone, erano estremamente fragili, vibranti di vita e vogliose di restare tra le mani, desiderose di tornare a custodire altri ricordi, fotografie, biglietti, parole, oggetti, ritagli.
Continuai ad osservarle con più attenzione e con cura le cambiai di posto, casualmente, sempre se il caso esista davvero; certo era che, se li erano, un motivo sicuramente ci sarà stato.
Provai a darle un nuovo ordine, una nuova visione e, ma mano che le risistemavo, guardavo se ci fossero anche delle piccole chiavi, per poi aprirle, scoprirle e conoscerle.
Terminato di posizionarle, feci un sospiro e mi allontanai, di qualche passo, per vederle tutte insieme e, infine, gli regalai un inchino.
In quel momento, mi resi conto che non avrei avuto il diritto ad avere le loro chiavi, perché sono preziose così, in quanto tali, pur senza conoscere il loro contenuto, la loro storia.
Sicuramente qualcuno tornerà con la sua chiave e sarà il momento di essere riaperte, di ricontrollare il contenuto per mantenere ciò che c’era, oppure per buttare qualcosa, ma soprattutto, per proseguire a conservare ciò che con il tempo si vorrà ricordare, solo dopo averlo vissuto.
Mentre facevo questi pensieri, sentii invadermi da diverse urla e, di colpo, mi sveglio.
Mi scopro sdraiato sul letto, con le coperte completamente disfatte.
D’istinto, mi alzo, mi affaccio alla finestra e vedo un ragazzo che corre lungo la strada, gridando verso il cielo.
Sta abbracciando delle persone, che erano li per lui, che sembravano lo aspettassero per festeggiare la sua libertà.
Delle domande mi accompagneranno poi per tutta la giornata; quel ragazzo sarà andato alla ricerca della sua scatola, per riprenderla, per proseguire a riempirla? Oppure, andrà alla ricerca di una scatola totalmente nuova, per ricominciare, per ripartire, per poi ricordare?
O é lui stesso una scatola, a cui era stata sottratta la chiave, ed ora, che gli è stata restituita, è di nuovo pronta per essere riaperta?