Scritto da Gemma Gorla (foto di Elisa Frezza)

Quando torni ogni persona che lontanamente conosci anche solo di nome, appena ti incontra ti chiede come è andata cosa hai fatto, com’è li… una serie di domande alla quale inspiegabilmente non si riesce mai a rispondere con soddisfazione, e nonostante cio che hai vissuto ti riempie ancora i polmoni quando cerchi di raccontare ti senti come qualcuno, che appena sveglio, cerca di raccontare un sogno, e tutto gli pare un pò confuso, caotico e sconnesso e nella mente, in modo discontinuo, come una luce ad intermittenza gli appaiono solo immagini vivide dai colori intensi, istanti che gli fanno battere il cuore.

E così questi giorni sono stati un mosaico di istanti, momenti, gesti che non si possono riassumere. Questo perchè non è successo un evento, una situazione in particolare, non un solo avvenimento che si può sintetizzare e raccontare. Ma l’emozione e la novità stavano in tutto; nel rosso della terra, nella mano tesa dei bambini, nell’arte delle donne che intrecciavano i cesti, nei piedi nudi, nello sporco, negli sguardi fissi… in ogni singolo gesto di quella quotidianità che piano piano era diventata anche la mia.

Torni a casa, si, ma nell’ultimo mese tu eri a casa, in un altra casa con altre persone con le quali condividevi tutto e da un giorno all’altro queste spariscono. E senti il bisogno di parlare, vorresti e provi a farlo con i tuoi amici e familiari ma succedono cose che loro non potrebbero capire e allora non parli, lasci stare, è cosi difficile ogni volta dover spiegare.

Ma i ricordi continuano a riaffiorare anche contro la tua volonta ogni cosa ti rievoca quel mondo, inspiegabilmente trovi mille analogie e correlazioni e alcune fanno male come se ti rendessi conto che un pezzo di te non c’è più, è rimasto la, lo hai dimenticato ma ne hai bisogno, hai bisogno di tornare a riprenderlo.

Forse deve passare ancora un po’ di tempo, per ora è meglio non pensarci tropppo, distrarre la mente con le mille inutilità di questo mondo.

Ma la notte i sogni non dimenticano e ti ritrovi ancora li a contrattare in un baracchino scassato 5 bacche di vaniglia per 10’000 ariary.

E poi ti svegli e ti senti male per aver sognato ancora un volta quegli occhi, quei denti e quel vocino da topo che rimbomba nella mente cosi chiaramente, mi sta chiamando ancora una volta sta pronunciando il mio nome, è cosi nitido quel suono nella mia testa. E il sogno rimane l’unico dannato luogo che la censura della ragione non può raggiungere.

E quando ogni notte sogni sempre la stessa circostanza irraggiungibile cosa ti rimane da fare? Cosa? Se non rassegnarti e sperare di sognarla anche domani.

Io sono partita, so che sono giovane, ho solo diciottanni, ma questo era il desiderio di tutta una vita, un sogno che non guardavo con leggerezza, ma che vedevo come una concretizzazione di ideali.

E adesso che l’ho realizzato e so cosa significa non posso che darmi ragione nell’averlo sempre considerato un’esperienza cosi importante e profonda. Non potrò più farne a meno, ne sono diventata dipendente, continuerò a desiderarlo e spero a realizzarlo per tutto il resto di quello che sarà la mia vita.

 

 

 

 

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