Scritto da Marta Fornasier

Quella che chiamano montagna in Honduras non è minimamente paragonabile alle mie prealpi carniche. Si tratta di alture ricoperte di vegetazione fitta, cariche di umidità e nebbia, che per le mie teoriche e lacunose conoscenze dei biomi terrestri definirei come “giungla”. Un’impervia strada sterrata, solcata da canali profondi, scavati dalle torrenziali piogge honduregne, collega tra loro delle piccole case inerpicate sul pendio della valle. Sono case piccole, umili, dove vi sono bambini curiosi che sbucano da ogni angolo; hanno occhi grandi, per catturare in tutti i minimi particolari le differenze tra loro e quel gruppo sgangherato e variegato di persone che, chiuse in un cassone da pollame, si stanno dirigendo verso una scuola che sembra irraggiungibile.

I paesaggi scorrono rapidi, i dirupi si fanno vicini quando il camioncino piega bruscamente curva dopo curva e, dopo un viaggio lungo, faticoso ed estremamente divertente, il circo dei Los Quedasones giunge finalmente a destinazione.

Dopo chilometri di alberi altissimi, bambù, liane e piantagioni di caffè intervallate da qualche solitaria abitazione, ci si aspetterebbe certo una situazione disagevole, una scuola costituita da una singola classe, con i buchi sul tetto e bambini poveri e malconci.

E invece, dopo essere appena scesi, incamminandosi lungo un sentiero, ecco arrivare un frastuono di voci giovani, ecco che in lontananza appaiono due edifici colorati e gremiti di gente. Ci sono i bambini diffidenti, i bambini sorridenti, i bambini curiosi che ci guardano e si stringono alle divise impeccabili dei compagni dove trovano conforto e sicurezza. Ci sono le maestre che ci accolgono calorosamente e ci seguono nell’allestimento dello spettacolo.

I bambini, come è successo durante tutti i giorni di carovana, si divertono, ridono, si avvicinano sempre più ai ragazzi che stanno dietro al naso rosso o alle sopracciglia blu dei “payasitos”. Due mondi che apparentemente non si appartengono, si sfiorano invece fino a toccarsi con dolcezza.

Da un lato, l’ingenuità, la purezza, la sincerità di un bambino, dall’altro il desiderio di non ricadere negli stessi errori, la paura di non poter avere una vita migliore di quella che si è vissuta, la lotta contro i propri demoni e il proprio passato da “drogadicto”. Tutto questo si mescola, si amalgama nel ricco calderone del teatro della risata, da cui esala il profumo del riscatto, della mente che stanca di mille pensieri finalmente respira, dello stupore di poter ancora far sorridere qualcuno.

Questo sono stati per me i ragazzi di Casa Juan Pablo durante la carovana, in quell’unica settimana dell’anno in cui hanno potuto staccare la spina dalla quotidianità della casa. Tuttavia, nei giorni seguenti, la comunità ha ripreso i suoi ritmi e le sue dinamiche; è iniziato il lavoro, la rotazione dei turni, le attività sportive. Chi ha vissuto l’Honduras e questa casa ha potuto toccare con mano l’energia e la sofferenza di questo posto. Se un giorno ti emozioni portando lo sguardo sul verde sterminato dell’orizzonte, mentre i tuoi piedi premono sulle assi del trattore per non cadere all’ennesima buca e senti i versi di entusiasmo dei ragazzi che ti scompigliano i capelli, impari amaramente poco dopo che non tutto brilla come pensavi. Non brilla il vuoto sulla panca del tavolo da pranzo, lasciato da chi se ne è andato dalla comunità senza salutare e senza dare spiegazioni, non brillano gli occhi di chi riceve una nuova delusione da sommare a quelle passate, non brilla lo sguardo di chi sa che l’astinenza probabilmente vincerà ancora sulla volontà. Col passare delle settimane è diventato per me sempre più evidente come in questo posto possano convivivere in equilibrio una miriade di contraddizioni che costituiscono, nel bene e nel male, la cultura e l’identità di questo paese e che lo rendono così affascinante ai miei occhi.

Mentre scrivo, sento un fiume in piena di emozioni, ricordi e considerazioni che spero di riuscire a riordinare e collocare tra i miei pensieri ora che sono tornata a casa e che lentamente recupero i miei spazi, i miei tempi. Questo viaggio ha tracciato dentro di me dei segni indelebili, difficili da cancellare, come gli innumerevoli tatuaggi incisi sulla pelle dei ragazzi di Casa Juan Pablo II.