Scritto da Monica Cimbro

“Altre abitudini alle tue latitudini, non ci sono margini per me, soltanto limiti metereologici,
dalle mie parti nevica sai com’è …”

Seduta fuori dagli uffici del centro Criança Feliz, con il PC sulle gambe e la schiena scomodamente appoggiata al muro caldo, provo a tradurre le diapositive che ho preparato per i seminari di formazione con gli infermieri del Posto di Salute.

Saputo del mio ritorno a Huambo, Gina, la responsabile del piccolo ambulatorio, viene subito a cercarmi e mi abbraccia calorosamente dall’alto del suo metro e ottanta di altezza.

“Abbiamo bisogno di te!” mi dice, ma io mi sento incerta e impreparata, con il mio portoghese stentato, i mille dubbi di chi non conosce davvero la situazione sanitaria di un Paese con una superficie quattro volte più grande di quella dell’Italia ed una popolazione di soli 24 milioni di abitanti, almeno sei dei quali concentrati nella capitale Luanda, molti altri dispersi in villaggi lontani e di rado raggiunti da personale sanitario.

Un solo meridiano e svariati paralleli di differenza, cosa ci faccio qui?

“Vorrei parlarvi e discutere con voi di misure di primo soccorso, di regole di base di igiene; e poi dedicare una giornata al counseling infermieristico. Può andare bene come programma?”

Gina sorride, mi abbraccia nuovamente e mi rincuora dicendomi che va benissimo e che ha già contattato l’ufficio competente per fare in modo che gli incontri siano riconosciuti dal Ministero della Salute angolano come eventi di educazione continua che garantiranno crediti formativi agli infermieri.

Al termine di ogni mia presentazione si apre lo spazio per le domande e per la discussione, e loro ne hanno di domande, dimostrando una grande voglia di sapere e di migliorare a dispetto di una evidente situazione di povertà di mezzi e strumenti per assistere e per curare.

“Doutora, il tuo portoghese è migliorato!” dice Marlene, e gli altri annuiscono.

Quando affrontiamo il tema della relazione di aiuto, del prendersi cura delle persone piuttosto che del limitarsi a cercare rimedi per le malattie che le affliggono, mi sorprendono con una serie di riflessioni sull’essenza della loro professione che mi riportano inevitabilmente alle radici della mia. E mi illuminano con racconti veri, storie di uomini, donne e bambini, non già casi clinici, che mi rieducano a quella solidarietà tanto evocata ma spesso assente nella medicina occidentale moderna.

Riaffiora alla mente una frase del giuramento di Ippocrate: “Con innocenza e purezza io custodirò la mia vita e la mia arte”.

Tiro un sospiro, adesso sì, adesso non mi sento più fuori posto, e nel mio cuore so bene chi devo ringraziare. Altre abitudini e altre latitudini, anche l’impossibile si avvererà.

“Sentiamoci prima del tuo ritorno, il prossimo anno, così potremo organizzare meglio l’attività.” Sgrano un po’ gli occhi e loro ridono, ridono fragorosamente: “Certo, devi tornare!”

 

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