Scritto da Michela Gubitta

C’è uno specchio al Centro Educativo “Pinocchio” di Panciu. Uno specchio che la polvere ha ricoperto e che non basta una pezza per pulirlo.

Uno specchio che vuole fartela vedere quella bellezza, che vuole dirti che esiste, basta solo avvicinarsi un po’ e guardare meglio. Basta non aver paura di toglierla, quella polvere.  Uno specchio che ricorda a Vasile quanto è bello il suo sogno e a Monica che quella parete invisibile davanti a lei può cadere e diventare un incontro. Uno specchio che qualcuno non riesce proprio a guardare perché non ci si può mostrare fragili, agli altri. E a se stessi.

Ma è proprio quello specchio che, una volta scrostato, ci fa godere della bellezza nascosta tra un granello di polvere e l’altro, di quelle cose belle che non volevamo vedere e che non volevamo dire, che ci fa scendere lacrime che volevamo tenere nascoste perché noi non volevamo specchiarci in quelle lacrime.

E’ questa la bellezza che noi educatori del mondo dobbiamo coltivare con cura, di cui dobbiamo sempre ricordare l’esistenza, per dare senso e spessore al nostro lavoro con gli altri. Quella bellezza che a volte ci dimentichiamo perché non abbiamo tempo di prendere lo specchio e ripensare chi siamo, da dove veniamo e dove vogliamo andare. Perché il rischio che quel vetro si possa frantumare scavalca la possibilità del sogno.                                                                                                                           Poi però arriva il momento di concedersi quell’opportunità ed è fermandoci che ci accorgiamo che se osserviamo noi stessi anche l’immagine riflessa dell’altro diventerà più grande.                                                                                                                              In fondo l’educazione è un gioco di specchi, di sguardi e di immagini riflesse. Si rischia di perdersi… o forse di trovarsi.