Scritto da Silvia Grugnaletti

Vorrei potervi raccontare la gioia del tornare nuovamente in Angola, del camminare su strade già conosciute, di incontrare volti che s’illuminano appena ti riconoscono, di ascoltare il suono della campana all’alba e le vostre risate che credevo di aver dimenticato, dopo un lungo anno.
I giorni trascorsi insieme a Huambo, mi hanno dato la possibilità di riflettere su quanto sia fondamentale il prendersi cura. Sembra un concetto così scontato, ma in certi posti non lo è.
Curarsi di farvi una carezza, di accompagnarvi a letto per darvi la buonanotte, di lavare insieme i vostri vestiti e le coperte, o di inventare una storia fantastica su di un principe. Qui, non è scontato, ed è per questo che, grazie a voi, mi sono riscoperta persona, prima di essere educatrice.
Tutto ciò che ho fatto, dalla mattina alla sera, insieme alle mie compagne di viaggio, si riduce essenzialmente all’essere persona, all’essere umile e amorevole. Siamo persone, perché vogliamo e sappiamo prenderci cura di noi stesse, degli altri e perché, a nostra volta, siamo state pensate e amate da qualcun altro che, indirettamente, ce lo ha insegnato. Anche questo sembra scontato?
Prendersi cura è aiutare te, il più piccolo della casa, a fare la doccia, giocando sotto l’acqua gelida, usando per bene il sapone e guardarti ridere tra la schiuma. Poi andiamo a mettere la crema, e mi diverto ad accarezzati la pelle e a rincorrerti per sentire il tuo profumo. E tu ridi, ridi a crepapelle perché forse, nessuno ti ha mai chiesto di poter sentire il tuo odore.
Mi sono presa cura di voi, anche quando mi arrabbiavo per un grazie non detto o per una scusa mai ricevuta. Prendersi cura è preoccuparsi che sappiate, a vostra volta, aver cura di voi stessi, degli altri e della casa in cui vivete. E piano piano riuscite a farlo, potete farlo, se c’è qualcuno che ogni giorno, vi faccia capire che siete amati e pensati. E allora viene naturale anche per voi, aver cura di noi volontarie, adulte, donne.
Perché prendersi cura è anche quando, ad occhi bassi, mi vieni a chiedere scusa, sussurrando.
Aver cura è anche dire grazie, con quegli stessi occhi, che adesso mi guardano e mi sorridono. Prendersi cura è quando siamo al lago ed il sole picchia forte. Voi vi divertite nell’acqua fredda, mentre noi siamo sedute in riva, accaldate, a goderci quello spettacolo. Poi vi avvicinate e poggiate le vostre mani fredde sul nostro viso caldo, e noi sospiriamo di felicità.
Prendersi cura è quando qualcuno viene a bussare alla nostra porta e mi cerca: vuole stare un po’ con me, visto che è l’ultima sera insieme. Ci sediamo, parliamo, ridiamo, e ti prendo le mani sempre così fredde. Ma tu poggi la tua testa sul mio petto, e non c’è nulla che in quel momento avesse potuto scaldarmi così tanto.
Prendersi cura la mattina della partenza, quando entriamo nelle vostre stanze e sorridiamo a vedervi avvolti nelle coperte, fin sopra la testa. Non vorremmo svegliarvi, ma ce lo avete chiesto, volete accompagnarci in aeroporto. Poi sento una voce, qualcuno di chiama. Mi avvicino al tuo letto e con la tua voce sorridente mi dici Ciao Silvia, buon viaggio. Mi stringi la mano, ed io ti bacio e ti ringrazio ancora una volta, anche se non sembra mai abbastanza.
Prendersi cura è anche sedersi attorno ad un tavolo, con le tue compagne di viaggio, e parlare di sogni, tempo e speranze per noi e per questi bambini. Tra qualche lacrima, ci diciamo che essere educatore è anche questo, non solo testa e professionalità, ma anche cuore e pancia. Essere educatore è emozionarsi, è avere i brividi sulla pelle, è calore dato e ricevuto, è essere persona.
Prendersi cura è saper stare in silenzio, per poterlo ascoltare. Quando percepisci certi pensieri, quando ti soffermi su certi respiri travagliati, quando certe mani s’intrecciano alle tue per non volerti più lasciare. Quando si sta ad occhi bassi e lui ti dice Sì sono triste, ma non voglio parlare. Rimaniamo così. Ti arrendi, stai zitta e accogli quel silenzio fino in fondo, fino a che poi ci si guarda e ci si sorride. Quel silenzio non è più scomodo, adesso è casa, ed esplode in un sorriso che sa cucire insieme ombre e calore.

 

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