di Giada Fratini

Se ripenso a questo anno trascorso ad Ambalakilonga come volontaria in servizio civile, sono tantissime le attività che ho svolto, perché per noi in quanto educatori hanno rappresentato la centralità del nostro servizio.

Una ricchezza di questo progetto è che offre tanti servizi diversitra loro e anche noi abbiamo potuto di conseguenza sperimentarci in attività con bambini, adolescenti, minori e donne detenute in carcere, studenti della scuola professionale per educatori “Human”, e i vari studenti dei corsi di italiano, tra cui lavoratori di Ambalakilonga, le suore e ragazzi che studiano per diventare guide turistiche. Questa varietà mi ha permesso di allenare diverse competenze, tra cui l’adattabilità, la progettazione e la creatività, perché

la preparazione delle attività è un lavoro di cura e richiede di tener conto dei bisogni e dei tempi delle persone a cui si propongono.

Prima di tutto, la progettazione delle attività è un vero e proprio lavoro di gruppo, che durante l’anno è stato fondamentale e che si è modificato nel tempo. All’inizio, quando ancora era tutto nuovo, ci confrontavamo insieme su come impostare le attività o su quali secondo noi potessero essere le cose più utili da proporre. Con il tempo e l’esperienza, tutto è diventato più familiare e ognuno di noi ha preso anche più sicurezza nel proporre idee e gestire in autonomia le attività che avrebbe dovuto svolgere.

Nella settimana, infatti, dal momento che molte attività sono contemporaneamente, ci dobbiamo dividere e può capitare di fare attività in tre, in due o anche da soli. Il lavoro di gruppo però non è mai mancato perché un’altra parte di esso è il tempo dedicato ad aggiornarsi su quello che abbiamo fatto così da seguire tutti un filo comune. Solitamente, alla fine della settimana ci prendevamo un momento per programmare quella successiva e quindi suddividerci nei vari servizi, così da essere più organizzati e fare un punto tutti insieme.

Lavorare in gruppo per raggiungere un obiettivo comune non è sempre facile e lineare, perché richiede che ognuno si metta in discussione e in ascolto delle idee degli altri, affinché ognuno possa avere il suo spazio. Soprattutto nel progettare alcune attività dove avevamo più carta bianca come l’esperienza in carcere, è normale che ognuno proponga le sue idee e che a volte non ci si trovi d’accordo. Proprio in queste situazioni si vede la complessità e anche la bellezza del gruppo, in cui

la diversità di ognuno è fondamentale per vedere punti di vista nuovi e apportare la propria attitudine e i propri talenti.

A questo proposito, abbiamo voluto pensare al percorso in carcere valorizzando proprio le competenze di ognuno, e così abbiamo progettato incontri su varie forme artistiche che sentivamo a noi affini, tra cui la
musica, la danza, la giocoleria e l’arte. Come è successo in questo caso, ho riscontrato che un aspetto importante della progettazione a volte può essere avere la visione di un percorso nell’insieme, così da fissare il punto di partenza e quello invece in cui si vorrebbe arrivare, ponendosi degli obiettivi. L’esperienza in carcere mi ricorda anche l’importanza dei bisogni da rispettare, perché lì molti dei minori non sapeva leggere e scrivere, ed abbiamo dovuto quindi pensare a qualcosa di accessibile, come l’utilizzo del disegno, del collage, della musica, al posto delle parole per scritto. Il processo che porta a scegliere lo strumento che si pensa sia adatto è una riscoperta continua, e spesso abbiamo ripensato anche noi a nostre esperienze, formazioni passate e vissuti personali per rileggere quali erano le emozioni che ci avevano lasciato e interrogarsi su quali potessero essere invece le reazioni di altre persone.

Tanto è importante prendersi il tempo per progettare, quanto lo è prendersi il tempo per preparare i materiali. In questi mesi sento di aver imparato e ho visto la differenza tra attività preparate frettolosamente e altre in cui il materiale era pensato e pronto. Ma questa differenza non la sente solo chi conduce un’attività, ma bensì anche le persone a cui le proponiamo, perché quando facciamo a attività portiamo anche noi stessi e le nostre emozioni, e quando non si è preparati può essere che siamo più indecisi, che cambiamo idea velocemente o più gitati.

Un altro aspetto che va di pari passo è il setting, ovvero la preparazione di un eventuale stanza o dello spazio in cui verrà svolta l’attività. Io ho sempre ritenuto importante osservare gli altri, perché guardando i modi di fare di ognuno e ascoltando altre esperienze penso che se ne possa sempre trarre beneficio. Così mi ricordo di un episodio in cui avevo organizzato una formazione per gli studenti di Human e avevo deciso di farla nella Gran Salle, una grande stanza che si può utilizzare per tante attività. Ho pensato di mettere un po’ di musica allegra appena prima che loro entrassero, e quando ho aperto la porta mi sono resa conto della potenza di questo piccolo gesto. La maggior parte di loro è entrato canticchiando e ballando, creando così un clima sereno ed energico che è ciò che serviva prima di iniziare.

Certe volte però, non tutto ciò che si era progettato riesce a realizzarsi e ci sono delle volte in cui bisogna proprio cambiare programma, capovolgere i piani.

In questa esperienza sono state tante le volte in cui, per imprevisti dell’ultimo minuti dovuti da eventi esterni o dinamiche legate al contesto, abbiamo dovuto adattarci ad un luogo che non era quello preventivato, a più o meno tempo a disposizione, a numeri di persone diversi o a bisogni delle persone che non ci aspettavamo. Ci sono delle cose che magari si possono prevedere e quindi avere in mente alternative, ma altre accadono e basta, ed è stato proprio in questi momenti che ho sentito di essere cresciuta sia dal punto di vista professionale ma anche da quello personale.

Con il tempo e condividendo l’esperienza insieme ad altre persone, ho capito che una soluzione si trova sempre, a volte è sotto ai nostri occhi, altre volte è ben nascosta, altre scomoda, ma c’è.

Sono grata per il lavoro quotidiano “dietro le quinte”, mi ha lasciato un grande bagaglio di esperienze e mi ha insegnato che un’attività inizia molto prima di dire “Mettiamoci in cerchio”.