di Francesca Maroni
TAC! … TAC!
Un piccolo oggetto che sbatte con forza contro un legno di protezione.
SRAMM! … SRAAMMM!
Il rumore metallico di un ferro arrugginito.
Una delle tante colonne sonore delle giornate qui ad Ambalakilonga. Una melodia che si può udire da lontano, che arriva fin dentro le camere dei volontari ed è costitutiva di questo luogo. Suoni di presenza, di gioco, di relazione, di condivisione.
Un biliardino troppo vissuto che tiene insieme le persone nel tempo libero.
Alcune volte la pallina sparisce ma non fa altrettanto il desiderio, così, si cercano oggetti per sostituirla: frutti secchi della pianta più vicina, tappi di bottiglia trovati a terra. Nulla funziona e subito si rompe o inceppa ma sperimentarsi in improbabili tentativi è avvincente e azzardare in buffe soluzioni è piacevole condivisione. Ognuno si sente partecipe perché, di fronte all’invisibile, non ci sono proposte giuste o sbagliate ma solo occasioni da giocare. Così, il biliardino inutilizzabile resta comunque lo spazio del sorriso e della risata perché più forte è la voglia di provarci e divertirsi. Il tempo si riempie di immaginazione, flessibilità, leggerezza e si rimane comunque insieme anche se il pretesto concreto viene a mancare ed è proprio questo il bello. Forse perché, in fondo, non si voleva nient’altro: trasformare il tempo vuoto e stare insieme.
Seguendo il flusso, ci si affida a chi in quel momento sta passando attirato dai curiosi moti generati; si chiede aiuto e la risposta è un buffo “si” entusiasta del coinvolgimento e di poter collaborare. Lui, inaspettatamente, sa, si mette a cercare e, fra lo stupore di tutti, recupera la pallina nascosta a terra tra i fili d’erba sotto l’albero.
A questo punto, il gioco diventa concreto e popolato perché in tanti si sono avvicinati alla spicciolata come attratti da una calamita che emana un’energia così positiva che è impossibile resistergli. Però, toglie spazio alla creatività e all’improvvisazione ritornando al suo schema, alla sua rigidità: uno contro uno, in competizione, cercando di fare più goal possibili. E, ben presto, il gioco, così imprigionato nella sua struttura, viene interrotto dalla campana che richiama tutti in refettorio perché il pranzo è pronto. Nessuno si è dispiaciuto per aver giocato poco perché il tempo trascorso insieme collaborando alla ricerca di alternative possibili è stato ancor più interessante e divertente della partita stessa.
È proprio vero che, a volte, quello che conta è il processo e non il risultato. Quello che serve è accogliere con immensa accettazione e fantasia il presente anche quando appare ostico e privo di opportunità. Perché, a fare la differenza, è il nostro approccio.
È questo che sto cercando di imparare dalle persone che incontro qui in Madagascar: normalizzare l’imprevisto senza abbattersi e trasformarlo in occasione.
In quello che non c’è ci possono essere tutte le cose che vogliamo se solo avessimo il coraggio di stare e guardare oltre per sfidare i nostri limiti.


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