di Giada Fratini

Se dovessi dire una cosa che vedo ogni giorno qua in Madagascar mi vengono in mente le risaie, distese infinite di verde una dopo l’altra, non ne avevo mai viste così tante. Per una persona che vive qua vederle e camminarci accanto è quotidianità, a me incantano ogni volta, soprattutto in alcuni orari particolari del giorno in cui la luce le illumina, o quando c’è un po’ di vento che muove le spighe come una danza. In mezzo a questo mare verde c’è sempre la sagoma di qualche persona, donne e uomini, bambini che camminano in equilibrio sul lembo di terra che divide una risaia dall’altra. 

Il riso qua è uno degli alimenti fondamentali ed è la base del pasto, che viene poi accompagnato dalla “loaka”, un condimento tra legumi, verdure, carne o pesce.

Noi condividiamo sempre il pranzo in refettorio con i ragazzi della comunità e mi sono sempre chiesta che lavoro ci fosse dietro a quel piatto di riso. Come ci arriva lì? Come viene raccolto? 

E così un giorno ho avuto la mia risposta andando a vedere, andando a conoscere quello che qua è il lavoro di tanti. Una mattina con i miei compagni siamo stati invitati a raccogliere il riso in una risaia insieme ad altri lavoratori e abbiamo partecipato a tutte le fasi. Con i piedi scalzi dentro al fango, per prima cosa, abbiamo tagliato le spighe con la falce, mentre ci facevano vedere come tenerle con la mano per poterlo fare al meglio. Ho provato una sensazione forte di contatto con la terra e con la natura, qualcosa a cui non ero abituata. Il sole era caldo e vedevamo il campo svuotarsi dalle spighe, vedevamo il lavoro che stavamo portando avanti.

Poi dopo arriva la fase successiva, che di solito viene svolta dalle donne. I mazzi di spighe vengono legati dalla foglia di eucalipto prima di essere trasportati vicino alla casa, come mi spiegava Sara, una ragazza che lavorava lì. Ha riso vedendomi impacciata e io con lei, poi mi ha consigliato di portare il mazzo sulla testa e così ho fatto. Mi sentivo come se potessi perdere l’equilibrio da un momento all’altro, e guardavo invece lei che, da quante volte avrà fatto quel gesto, avrebbe potuto camminare per quella salita a occhi chiusi. Sarei stata lì ore a vedere la maestria di quelle persone nel fare ciò che è il loro lavoro, ad ascoltare consigli su come farlo, su dove mettere i piedi nel sentiero. 

Una volta che tutti i mazzi erano pronti, hanno steso un grande telo in terra ed era il momento di sbattere le spighe su una panca, così da far uscire i chicchi. Dopo un bel po’, con l’aiuto di tutti, il telo si è riempito di chicchi, che poi sono stati lasciati seccare al sole.

Tutti a quel punto cercavano un po’ di riparo all’ombra, era il tempo di riposare, di lasciare che il corpo si distendesse e respirasse un po’. Mi piace come viene dedicato il giusto tempo per fare questo, per prendere atto del lavoro e della fatica appena provata. A un certo punto mi sono guardata attorno ed eravamo tutti lì, seduti accanto a quella casa spersa fra le campagne, nel silenzio. Mi sono chiesta “In che pezzetto di mondo mi trovo in questo momento?”. Sono felice e onorata di aver potuto prendere parte, anche solo per una mattina, alla quotidianità di alcune persone che ho incontrato.

Mi ricordo di questo momento ogni volta che mi metto a tavola qui ad Ambalakilonga, vedendo i ragazzi sporzionare il riso dopo una mattinata di scuola, chi felice, chi pensieroso, chi con la voglia di fare due chiacchere e chi preferisce il silenzio. Ognuno qua si ritrova, prende il suo spazio, creando un intreccio di storie con quello degli altri.

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