di Francesca Maroni

“Sua mamma è in carcere. Il padre non c’è. Vive con la nonna e nessuno riesce a pagargli la scuola”.

Ad Ambalakilonga c’è un servizio di sostegno scolastico per bambini e ragazzi che frequentano la scuola pubblica ma anche per chi vive come un miraggio questa opportunità. Ci sono stati giorni in cui erano tantissimi perché le scuole erano chiuse e le educatrici hanno scelto di accogliere tutti. Noi lo chiamiamo “dopo-scuola” anche se si svolge sia la mattina che il pomeriggio perché le scuole pubbliche non hanno la capienza utile per rispondere alla domanda, dunque, organizzano le lezioni su turni: c’è chi studia la mattina e chi studia il pomeriggio. L’altra metà giornata i bambini e i ragazzi la passano al centro rinforzando le competenze acquisite in classe e facendo attività artistiche e ludico-educative.

Per me le lezioni sono iniziate contando sulle dita in malgascio, francese e italiano. Seduti a terra, vicini, in coro, fuori dal cancello della comunità in attesa dell’arrivo delle educatrici perché i bambini sono così motivati nel venire qui che arrivano con largo anticipo. Tra una risata e l’altra, tutti ci siamo ritrovati insegnanti e allievi allo stesso tempo. Io e loro, bambini e bambine, dagli 8 ai 12 anni. Siamo entrati in aula insieme e alcuni di loro mi si sono seduti accanto. Lezione di francese: esercizio di scrivere i numeri in lettere. I bambini aprono timidamente i quaderni, devono essere spronati. M., il ragazzino alla mia destra, sembra che non ne voglia sapere. Nasconde una fatica a me incomprensibile e, forse, anche qualche paura. Sostenendolo, riesco a farlo iniziare ma fin da subito catalizza la mia attenzione: copia i numeri alla lavagna in maniera schematica, segmento per segmento, senza attribuire continuità e fluidità a quel tratto. Mi insospettisco e inizio a osservarlo con maggiore intenzionalità. Scrive i numeri in colonne troppo ravvicinate senza lasciare lo spazio sufficiente per la scrittura e, quando glielo faccio notare, scuote la testa. Non ci capiamo. Chiedo aiuto all’educatrice che gli fa notare l’errore e gli consiglia di iniziare da capo su una nuova pagina. Riinizia la copiatura. Sembra stia rifacendo un disegno: alza gli occhi alla lavagna per qualche secondo, gli abbassa sul quaderno per fare un piccolo segmento e, poi, gli rialza di nuovo. Non capisco o, meglio, vorrei aver capito male. Vorrei che i miei dubbi e le mie osservazioni venissero smentite e, invece, non accade. Chiamo un’altra educatrice e le dico che ho timore che M. non sappia scrivere. Lei gli fa un po’ di domande e cerca di capire. M. ha 12 anni e una storia difficile. Non sa l’alfabeto. L’educatrice sfoglia il quaderno per trovare qualche traccia. Ma nulla. Si accorge che l’ha iniziato al contrario, dal fondo e sotto-sopra. Riparte dalle lettere e dalla pronuncia dandogli anche degli esercizi. M., motivato e concentrato, si mette al lavoro. Io al suo fianco, nascondo la commozione e lo ammiro, pronta a supportarlo. Il tavolo di legno su cui ci appoggiamo balla. Troppo difficile per lui, che si approccia solo ora alla scrittura, farlo in queste condizioni, così, lancia sguardi pieni di frustrazione alle bambine vicine che, muovendosi, gli rendono ancora più complesso questo suo nuovo obiettivo. Gli consiglio di girarsi sul banco dietro, ci prova, si rasserena e si reimmerge più contento che mai nel suo impegno. Ogni volta che appoggia la penna sul foglio, cerca il mio sguardo e aspetta una conferma, aspetta la mia approvazione per procedere bene. Io, al suo fianco, nascondo la commozione e lo ammiro, non esito a rinforzarlo e lo aiuto scrivendo sul banco con il gesso, come esempio, le lettere più difficili da tracciare.

“Fallo venire qui domani mattina con la persona che si occupa di lui che proviamo a mandarlo a scuola”. Sono state queste le parole di Rosario all’educatrice del servizio quando gli ho raccontato la mia mattinata.

Il lavoro ad Ambalakilonga con i bambini e i ragazzi è anche questo: sostegno e speranza. 

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