di Matilde Ottonello

Dalla fessura del cancello blu scorgo una miriade di piedini. Saltellano sulla soglia di Ambalakilonga nella trepidante attesa che precede l’inizio dell’ultima giornata di centro estivo. Anche se, come le loro ciabatte, percepisco il peso di tutti i passi camminati nelle settimane passate, non riesco a resistere all’energia emanata da quella piccola fessura, e mi faccio travolgere. 

Finalmente si aprono le porte e i piedi scattano nella nostra direzione seguendo il suono della musica. La scia di ragazzi che corrono verso il campo sembra non avere una fine, ma non importa quanti siamo nessuno viene dimenticato, ed ad uno ad uno abbiamo la cura di scambiarci un saluto. Purtroppo non ho ancora memorizzato tutti i loro nomi, ma ricordo molto bene i loro sorrisi. Mentre ci battiamo un pugnetto sento il desiderio di chiedergli come stanno, come hanno passato queste tre settimane con noi, qual è stata la loro attività preferita…tuttavia non so esprimermi in malgascio, ma mi accorgo che i loro occhi me lo stanno già raccontando.

I ragazzi oggi indossano tessuti colorati e hanno raccolto i capelli con cura, insomma si sono preparati al meglio per questa giornata di festa. La festa conclusiva del centro estivo nella quale celebriamo il nostro incontro, che ha dato vita a queste meravigliose settimane. E, ovviamente, lo facciamo danzando. Balliamo insieme coreografie ideate passo dopo passo da noi, così come passo dopo passo con i ragazzi e gli educatori di Human, ci siamo affidati gli uni agli altri per progettare. In ognuno di quei movimenti, di quegli attimi di gioco risiede la collaborazione, il tempo condiviso, e il contributo unico di ciascuno. Un intreccio di passi diversi, ma armonici, che ha dato forma a una danza collettiva.

Una danza che non ha bisogno di parole, perché parla il linguaggio dell’attenzione, della cura, dell’incontro.

Sono le 11.30 è il campo estivo è ufficialmente finito, è arrivato il momento degli addii. Mi manca una persona da salutare, ma il campo è rimasto deserto. Tristemente decido di andarmene anche io ed eccolo, seduto sul marciapiede affianco al campo il ragazzo che mi aspetta. Appena mi vede inizia a correre, questo è il nostro piccolo rituale. Ogni giorno, finite le attività, ci rincorriamo fino al cancello blu, dove ci scambiamo due pugnetti prima che si incammini verso casa. Oggi però al cancello non si è fermato, ha continuato a correre fino alla fine della strada e prima di svoltare si è girato per salutarmi da lontano. In quell’istante, il silenzio ha preso il posto della musica, delle risate e delle parole. È rimasto solo quel gesto, carico di tutto ciò che non siamo riusciti a dirci. 

Chissà quali saranno le strade che sceglierà di percorrere sotto questo immenso cielo.

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