Scorro al computer le foto di questo mese trascorso in Madagascar, leggo e rileggo le pagine di diario scritte da me e dai miei compagni, sempre troppo poche rispetto alle esperienze e alle emozioni vissute. Come raccontare alcuni momenti speciali? Può una foto racchiuderli? Possono delle parole descriverli in modo adeguato?

Eppure cerchiamo di fissare come possiamo l’esperienza che stiamo vivendo, prendendo nota di uno stato d’animo, facendo resoconti del lavoro che stiamo svolgendo, scrivendo di quel bambino che ci ha colpito in modo particolare, fotografando un volto, un paesaggio, una scena, portandoci via un po’ di terra rossa e le piantine grasse di Ambalakilonga, facendo scorta di bustine del the di Sambavy, protagonista di colazioni e merende, e dello sciroppo al limone della festa dei diplomi.
Ci siamo fatti affascinare dall’artigianato malgascio perché, oltre ad essere bello, ci farà pensare al tempo trascorso giù. La collana di semi, il cappello di paglia, la statuina di legno, il portadocumenti in rafia, il portapane ricamato, l’album di papier antaimoro saranno sempre oggetti speciali, da trattare con riguardo. E poco importa se quel the bevuto qui non avrà lo stesso sapore di quando veniva sorseggiato in cucina insieme agli altri esf assonnati, con Abel che ti veniva a dare il buongiorno e Jean Paul che entrava timido in cucina a prendere le medicine. Poco importa, perché qualche bustina la porteremo via lo stesso.
Così come porteremo via i sorrisi, gli sguardi, gli abbracci, le parole dette e non dette… la sensazione forte di sentire il cuore traboccare di emozioni, le nuove domande sorte durante il viaggio, gli insegnamenti, i dubbi, la confusione, lo stupore, le lacrime… il senso di sconforto, il senso di indignazione, il senso di ingiustizia, il senso di impotenza e poi, inevitabilmente, il senso di colpa… e ancora sorrisi, ancora occhi, ancora abbracci e manine che impastano, che disegnano, che stringono, che cercano.
Pensiamo di andare a dare, di lasciare un segno e, invece, quante cose ci portiamo via? Siamo avidi, prendiamo più che possiamo, ma poi… cosa ne faremo? Saremo in grado di custodire, di fare tesoro, di non dimenticare? Saremo capaci di convertire tutto questo carico di ricordi ed emozioni in qualcosa che dia senso a questo nostro viaggiare? Saremo all’altezza di dare il giusto valore a quello che ci hanno insegnato le persone che abbiamo incontrato lungo il cammino?
Perché il viaggio rivela, provoca, interroga, educa, ma sta a noi, al ritorno, dare significato a ciò che il viaggio ha suscitato, trasformare il nostro carico in un rinnovato modo di guardare, di domandarsi, di valutare e, soprattutto, di testimoniare.

Elisa Frezza

 

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