Ho le mani congelate da un’eccessiva escursione termica ed un corpo che ricorda ancora un’estate lontana solo un giorno fa. Il Brasile, la terra che parla una lingua che suona come una musica, la bossa nova nel caso specifico, proprio come mi ha detto un sacerdote incontrato questa mattina. È lui che ogni giorno mi ripete “impara il portoghese!” nella concreta convinzione che ci fermeremo per sei mesi. E io, dentro di me, penso che mi fermerei qui, lo farei per i prossimi sei mesi, solo con i vestiti del mio bagaglio a mano, in attesa dell’estate. Siamo arrivate da soli due giorni, ma mi sono bastati a ritrovare la calma che a casa cercavo da mesi. Oggi abbiamo programmato la nostra permanenza qui dei prossimi venti giorni nei quali viaggeremo giù giù fino al sud e poi attraverseremo l’Uruguay per arrivare in Argentina e poi tornare qui, a Porto Alegre per gli ultimi giorni , per salutare, per raccontarsi ancora un po’, per fare non-facendo, per parlare non-parlando, per trovare spiegazioni non-domandando.
Il mare mi sembra così lontano, per questo ho iniziato a leggere Moby Dick: “nell’elemento libero nuotavano dibattendosi, a tuffi, in gioco e in guerra, pesci d’ogni colore e forma…” mi sembra quasi di sentire il rumore del mare.
Sono ospite, insieme a Claudia, ma non sappiamo proprio dove siamo di preciso, sappiamo che è una scuola, un centro di formazione professionale, una casa dove vivono sacerdoti dell’ordine del Don Calabria, sappiamo che ognuna di noi ha la sua stanza e che mi sembra di sentire chi prima di me ha dormito nel mio letto.
Quasi ad immaginarmi la loro vita, la sera, la preghiera.
Mentre io, nulla a che vedere col sacro, da vera profana leggo l’ultimo De Carlo e scrivo il mio diario di bordo. Il posto è suggestivo e le persone che attraversano le stanze curiose, gioiose, particolari, silenziose alcune, sfuggenti altre.
Il tavolo da cui scrivo è il tavolo della cucina, con i dolci e la merenda il pomeriggio, con le marmellate e il latte la mattina, con il vino e le giganti foglie di insalata la sera.
Le finestre sono sempre aperte qui, anche se Agosto è il nome dell’inverno da questa parte del globo.
Sento applaudire da un’aula del piano superiore, succedono cose a cui non so davvero dare un nome, ma i miei tempi di avvicinamento smorzano la curiosità e un suono, mi dico, può vivere anche senza una spiegazione che lo accompagni.
Il freddo intanto prende corpo nel mio corpo e cattura i pensieri orfani delle alte temperature che dolcemente li rallentavano,di quel sole che oculatamente li scottava, di quell’afa che ne cambiava consistenza.
Forse è solo un giorno di nuvole a Porto Alegre, sempre un po’in bilico…