Un racconto da “La scrittura nella pratica educativa itinerante” che tornerà il prossimo anno.

Scritto da Simone Piani

Non sono bravo a riportare un vissuto particolare, nè propendendo per una meticolosa ricostruzione dei fatti, nè lasciandomi trasportare dal vento delle emozioni salienti. Quello che alcune esperienze significano solo il momento può dirlo. Al tempo stesso tuttavia proprio quelle esperienze chiedono insistentemente di non restare unicamente di proprietà di chi le ha vissute. E dunque val la pena raccontare.

Arrivo, ho appena attraversato un incantevole parco, mi è quasi spiaciuto ferirlo con le ruote della mia macchina. Mi vengono in mente aggettivi: bucolico, ameno, extra-ordinario. Penso che se avessi bisogno di un posto dove stare con le mani in mano e oziare senza sentirmi in colpa quello sarebbe il posto migliore. Ozio letterario. Forse questo mi aspetto da questi due giorni, prima di tutto. Molte persone, quasi tutte anzi, si conoscono. Giovani! Interessanti, mi sento in mezzo a qualcosa di piacevole, sconosciuto ma piacevole. Un buon presupposto, dal momento che spesso non è così.

Conosco Gabriella, è sempre divertente vedersi in faccia dopo che una più o meno lunga corrispondenza digitale ha già costruito idee ed immagini, aperto ad interpretazioni, creato aspettative.

A questo punto saliamo e possiamo cominciare.

Cosa mi aveva attratto di questo workshop? Forse la parola Itinerante, più di tutte. L’iter è il viaggio, meglio, il cammino, l’atto di percorrere un tragitto; talvolta l’itinerario è definito, ma nella maggior parte dei casi è un errare, un moto ricco di errori, ripensamenti, cambi di direzione, soste. Itinerante, abbinato ad Educazione, a Pratica Educativa. Non è il lavoro dell’educatore un continuo viaggiare, vagare, errare in cerca di una direzione per sè e per gli altri? Sì. Io sono qui perchè oggi voglio continuare il mio viaggio tramite il mezzo della scrittura.

La stanza dove ognuno trova il suo spazio è densa, ricca, lo si percepisce a colpo d’occhio. Materiali preparati con cura, posti che attendono ciascuno scrittore e invitanti libri sparpagliati su un tavolo. Il setting ha l’aspetto giusto, quello inaspettato ma di cui ho bisogno. Mi colpisce.

Gabriella ci parla: il programma, le ragioni, la genesi del workshop, gli spostamenti per Milano, il ritmo della giornata, la libertà creativa, il gioco, il divertimento e la serietà. Intuisco che sarà un weekend in cui potrò dedicarmi a qualcosa di importante. Intuisco che sarò sostenuto, benvoluto, accolto, e che tutto questo mi permetterà di scrivere. Forse anche di me.

Non mi sono sbagliato in quel momento.

Ora sono passati quasi due mesi. Ho ancora il quaderno che Gabriella ci ha consegnato per scrivere, lì e nei tempi a venire. Ho appeso la “mappa dei momenti piccoli ma significativi”, narrazione concreta del nostro passato e del presente, ho di fronte l’alfabeto dei ricordi senza ordine nè paura, ho naturalmente ricopiato a computer quanto scritto nei due giorni, rimetto ogni tanto la canzone che per tre minuti mi ha messo a nudo di fronte a più di venti persone, prendo ogni tanto giochi ed esercizi e li ripropongo all’interno del mio laboratorio di scrittura creativa; e cosa più importante ho voglia di esserci di nuovo. Alla fine tanto si può dire ma sarà sempre poco rispetto a quello che non si riuscirà a raccontare. Sono stato essenziale, e forse ho dimenticato anche qualcosa di fondamentale. Ma una cosa più di tutte voglio ricordare, e sono le parole di Gabriella rispetto agli spunti: (parafraso) quando l’abitudine entra a far parte delle nostre pratiche educative, qualcosa rischia di spegnersi; l’inedito, l’imprevisto, l’inatteso, l’inaspettato devono irrompere nel quotidiano con tutta la loro forza creatrice, allora si troveranno gli spunti giusti, si guarderanno le cose sotto punti di vista nuovi, si rinnoverà la voglia di sapere, sapere essere e saper fare. Tutto questo lo abbiamo imparato scrivendo: ma non è del resto la scrittura un’incredibile metafora di vita?