Il diario di bordo

Il diario è uno strumento semplice e contemporaneamente piuttosto complesso, la sua complessità deriva soprattutto dalla possibilità di banalizzarlo. Che cosa significa banalizzare?

Il diario c’è da sempre nella nostra vita, da piccole ci tenevamo dentro i nostri segreti chiusi da un lucchetto, poi i compiti della scuola e per i più temerari qualche racconto abbandonato o confidato.

Quando crediamo di conoscere qualcosa tendiamo a dare per scontata la sua potenzialità ed attingiamo nei nostri ricordi per costruire per costruirne il significato tendendo così alla semplificazione ed alla naturale e conseguente banalizzazione.

Parlare del diario significa parlare di noi, significa rielaborare, significa raccontare ripensando il nostro mondo (internamente ed esternamente) attraverso lenti differenziate. Questa differenziazione  deriva dalla natura stessa dei diari: il diario personale, il diario di bordo e il diario pedagogico sono le tre concezioni di diario che in questo ambito si vogliono approfondire.

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DIARIO PERSONALE:

è il racconto dei propri vissuti,  un diario individuale che ci serve per “parlare ad alta voce” senza dosare il tono di voce. Si parla in prima persona e si è decisamente al centro della scena. Il DP è un rifugio, un modo per prendersi del tempo per sé, per essere ascoltati parlando attraverso codici differenti. Non mancano forme di auto-censura: ci sono cose che non diremmo mai a noi stessi.

DIARIO DI  BORDO:

è un utile strumento di lavori in quanto diario di gruppo.  È la tipologia che può essere più facilmente banalizzata perché può essere ridotta ad una pedante descrizione di pratiche giornaliere, passaggio di consegne o un “luogo” in cui si scrive perché bisogna farlo. Se adeguatamente utilizzato il DB può essere un’affascinante agorà scritta , memoria ed ispirazione per il gruppo, nonché insostituibile compagno di viaggio.

DIARIO PEDAGOGICO:

è un modo diverso per mettere in atto le nostre rielaborazioni inerenti il lavoro che svolgiamo giornalmente come educatori, operatori sociali o volontari. Parliamo in prima persona, ma lo sforzo è quello di spostarsi da un racconto ego centrato che faccia partire gli eventi dalla persona che scrive e di concentrarsi sull’accaduto, sulle dinamiche che ha prodotto e sull’analisi dei risvolti che ne conseguono. Questo strumento è utile per l’approfondimento dello “studio dei casi”, per l’analisi delle dinamiche di gruppo, come supporto per la progettazione educativa. È scritto individualmente e rielaborato in gruppo, se è scritto in gruppo non può essere strumento per il passaggio delle consegne.