di Davide Sabatini
Arrivo molto prima dell’appuntamento. Solo dopo mi accorgo che sto cercando di prendere tempo: forse ho paura di ciò che mi aspetta. Raggiungo la sede Exodus con la consapevolezza che sarà un Campus diverso da quelli che ho vissuto precedentemente.
La mia prima interazione è con la nonna di una bambina, che verrà poi chiamata “Abuela”. Mi chiede, in spagnolo, se sia il primo giorno di Campus. Non conoscendo la lingua, le rispondo in italiano, molto lentamente, che sarebbe cominciato il giorno dopo.
Arrivati anche i miei compagni di viaggio, ci rimbocchiamo subito le maniche per pulire Casa Margherita.
E poi i giorni passano.
La mattina disegnano i tratti caratterizzanti della nostra persona: il nostro volto, la persona del cuore, il nostro superpotere, la nostra pietanza preferita. Il pomeriggio si conclude con una parola, che dovrebbe racchiudere e sintetizzare la giornata. Anche se molti dei bambini scrivono sempre e solo “Forza Argentina”. In parte perché la loro provenienza è latino-americana, in parte perché sono tutti grandi tifosi di Messi.
Durante le giornate ci divertiamo a costruire torri con il Jenga, a giocare a Shangai, urlare “Cacio, Tacos e Pizza”, a leggere gli Albi illustrati.
Ecco, il più bello e significativo è quello che il padre di Michaela le ha regalato: la storia di loro due allo zoo e del loro incontro con la giraffa, il suo animale preferito. Un albo semplice, ma che racconta il desiderio di un padre, in Perù, di lasciare alla figlia un ricordo di sè: qualcosa che potesse rimanere anche quando lui non ci sarebbe stato.
Perché, per quanto la maggior parte dei bambini fosse molto solare, molti di loro avevano alla spalle un passato turbolento, e talvolta anche il presente.
E io?
Io ho giocato con loro, mi sono divertito un mondo e mi sono reso conto di quanto fosse bello essere parte di qualcosa. Ho accolto, ma sono stato anche accolto.
Questa opportunità mi ha permesso, almeno per un po’, di lasciar quella volontà di essere sempre performante, quella necessità di fare bene, di essere all’altezza, che finisce per accompagnarmi in ogni contesto che non mi sia familiare. Ho imparato a chiedermi di meno.
E per questo ringrazio i miei compagni di viaggio, che mi hanno supportato nel mio modo di agire.
Ho detestato il fatto che i bambini mi chiamassero Maestro, perché non sono io che ho insegnato, sono loro che mi hanno insegnato, giorno dopo giorno.
E io non ho fatto altro che ascoltare e, piano piano, imparare.
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