di Cristiana Luzi

Come entrare in contatto con una cultura di cui non si conosce la lingua?

Sicuramente i modi sono tanti: scoprendone i sapori, ascoltandone le canzoni che si intuiscono romantiche e strappalacrime, facendosi attraversare dagli odori, forti e non sempre gradevoli, offrendosi agli sguardi – curiosi, a volte timidi a volte un po’ ostili – di chi si incrocia lungo la strada rossa per Ivoamba, e ovviamente osservando, osservando il più possibile.

Il mio sguardo si è posato spesso sulle mani, ho visto ovunque mani indaffarate, come ormai difficilmente si osservano dalle nostre parti, tenacemente impegnate in lavori spesso al confine della fatica umana: le mani dei contadini, che nelle risaie spingono nel fango una vanghetta o un aratro di legno; le mani degli operai, che in due giorni, senza l’aiuto di nessuna gru, ad Ambalaki hanno montato la cisterna da diecimila litri su una struttura in cemento armato di quindici metri; mani sapienti che intrecciano capelli, che raccolgono erbe, che lavano panni nell’acqua fredda dei fiumi, che puliscono il riso, che reggono ceste stracariche, che in una sola notte tagliano e cuciono vestiti…mani che non conoscono Amuchina, che si sporcano di terra, polvere e a volte anche sangue.

Ho imparato così che le mani parlano, parlano di dignità di lavoro e di impegno, di speranza e di futuro. E allora, non avendo io le parole, ho provato a costruire un dialogo tra le mani mie e quelle degli altri.

Disegni e origami costruiti insieme in veranda, giochi antichi fatti col filo e giochi di infinite manine battute tra loro, nel cortile torrido e polveroso di Ivoamba; manine colorate di tempera e manine da tenere nel buio per salire su a prendere una medicina, di cui forse non c’è bisogno (ma è bello sapere che adesso qualcuno si prende cura di noi); le mani mie che stringono un gesso per donare parole nuove e le mani avide dei ragazzi che muovono penne, per catturare quelle stesse parole e trasformarle in conoscenze.

Le mani parlano, arrivano anche dove le parole non bastano, e infine si stringono in un saluto che speriamo non sia un addio ma solo un arrivederci.

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