di Gabriella Ballarini (foto di Aurora Ragazzi) 

Da tanto tempo che non scrivo per il sito di Educatori senza Frontiere, ma questa è la mia occasione di raccontare il campus di Milano di quest’anno e di salutare. Non volevo sprecare questa opportunità.

Eccomi al mio tavolo, ho messo la musica che usiamo nei nostri laboratori, mi sono data un’indicazione di scrittura: che cos’è ESF a Milano per te?

Vivere l’esperienza di viaggio allo Spazio47 e in cascina è un evento di straordinaria semplicità e, forse proprio per questa ragione, di infinita prospettiva. È stato un onore per me avere la possibilità di parteciparvi anche quest’anno. Ci si ritrova e si lavora e si progetta, ma lo si fa chiedendosi sempre il perché e non solo riempiendo i vuoti e i silenzi o i rumori dei bambini e degli adolescenti. Non è un intrattenimento, una fuga dal caldo, è una continua ricerca di senso.

Mercoledi è successa una cosa straordinaria, ad un certo punto Charlie ha costruito un tavolo coperto da un foglio e quella era la nostra piscina delle possibilità (eravamo andati in piscina il giorno prima e volevamo usare una metafora forte e che avessimo vissuto tutti e tutte NDR).

Le persone presenti si sono messe attorno al tavolo e per quasi due ore hanno solo disegnato e dato vita ad una moltitudine di possibilità e, sempre Charlie, ci ha poi condotto per trasformare l’idea che contenevano queste opportunità in una carta costituzionale: trasformare una possibilità in un diritto, in un messaggio al mondo.

Ecco cos’è ESF per me, a Milano e in tutto il resto del mondo, è trasformare un’idea, in una possibilità e una possibilità in un diritto. Trasformare l’idea di libertà, in possibilità di libertà in diritto alla libertà. Attorno a quel tavolo, piscina, che poi è diventato un mare 9 persone hanno raccontato le loro paure, il loro mondo interiore, la rosa blu dell’impossibile: frasi che hanno senso solo per noi, mondi che vorremmo rendere vivibili per noi e per tutte le altre persone.

Si possono avere tante buone idee, ma prima bisogna ascoltare i bisogni e poi raccogliere le idee. Io e Charlie abbiamo fatto scrivere il primo giorno tutti i desideri, i bisogni, le strade che avrebbero voluto percorrere insieme e poi ci siamo messi a camminare, come gruppo, costruendo quotidianamente la direzione.

Il mio cuore sarà sempre qui, in ESF, in cascina, allo spazio, tra le strade della Bolivia, nella mia stanza in Honduras, a quel tavolo del Madagascar, nel parco giochi dell’Albania, sullo scalino in Romania, sul letto di metallo della mia casa in India, a lavare i panni al drop-in in Kenya, a parlar d’amore in Argentina, con i prof della scuola in Palestina, a far ballare i professori in Angola, perché il cuore è senza frontiere e non solo il mio. Basterebbe ricordarselo, basterebbe poco.