di Pina Volpe
Al Campus di Educatori Senza Frontiere, ospitati presso la comunità La Mammoletta sull’Isola d’Elba, questa domanda ci ha accompagnati per dieci giorni intensi insieme a sedici ragazzi e ragazze tra i 16 e i 20 anni.
Cosa significa davvero essere “normali”?
Sono “normali” i ragazzi che hanno cicatrici sui polsi?
Sono “normali” quelli che dicono di non avere voglia di vivere?
Sono “normali” i ragazzi che hanno provato sostanze per dimenticare il dolore?
Se la normalità fosse solo uniformità, allora no.
Ma se la normalità fosse avere sogni fragili, bisogno di relazioni, paura di non farcela e desiderio di un posto sicuro, allora sì: sono normali. Sono normali come tutti noi.
La società spesso ci dice cos’è normale: lavorare senza sosta, correre dietro alle scadenze, guardare lo schermo di uno smartphone invece che un tramonto o il sorriso di un figlio.
Eppure, a ben vedere, cosa c’è di più “normale” del fermarsi a vivere le cose semplici?
La Mammoletta è una struttura immersa nella natura, tra boschi e mare. Qui si vive senza comodità immediate, ma con il respiro ampio degli spazi aperti, le notti stellate e le giornate fatte di cammini, laboratori e vita comunitaria. È un luogo che mette alla prova e, allo stesso tempo, restituisce energia: perfetto per creare un “avamposto” di vita condivisa e autentica. E proprio grazie a ciò,in questi dieci giorni i ragazzi hanno riscoperto la gioia di ridere senza motivo, avere qualcuno su cui contare, coltivare un sogno, sentirsi dire che valgono di più di ciò che hanno fatto o sbagliato.
Al Campus abbiamo visto che non esistono cattivi ragazzi. Esistono storie difficili, silenzi che pesano più delle parole, occhi che chiedono “resti qui con me?” anche quando la voce dice “lasciami stare”.
In questo tempo sospeso abbiamo imparato che la normalità non è mai assenza di problemi, ma la possibilità di guardarsi negli occhi, condividere un pasto, scoprire un talento, stupirsi davanti a un’alba o a un abbraccio inatteso.
E forse il compito di un educatore non è “aggiustare” ciò che non rientra nella norma, ma ricordare che ogni persona porta dentro di sé una luce che può brillare.


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