Adolescenti, rabbia, bisogno di esserci e adulti che hanno smesso di ascoltare.

di Cristina Mazza

Ci sono ragazzi che scrivono sui muri. Altri che urlano nelle piazze, che si vestono in un certo modo, che cercano un gruppo nel quale riconoscersi, che si fanno chiamare con nomi che gli adulti hanno imparato a temere. Ci sono quelli che vengono definiti maranza, quelli che partecipano alle manifestazioni, quelli che provocano, quelli che sfidano le regole e quelli che sembrano non avere più voglia di rispettare niente e nessuno.

E poi ci sono gli adolescenti che non fanno rumore, che si chiudono nelle loro stanze, che attraversano le giornate senza lasciare traccia, che faticano a trovare le parole per raccontare quello che sentono.

Siamo sicuri di conoscerli davvero?

In queste settimane abbiamo assistito a manifestazioni, episodi di tensione, immagini di violenza e racconti che hanno riportato al centro dell’attenzione pubblica il mondo degli adolescenti. Come spesso accade, abbiamo cominciato a cercare spiegazioni, responsabilità, colpevoli. Abbiamo costruito categorie, trovato etichette, individuato un nemico da cui difenderci. E ancora una volta abbiamo rischiato di mettere tutto dentro lo stesso contenitore: i giovani, i maranza, le baby gang, i violenti.

Ma gli adolescenti non sono una categoria. Sono persone che stanno cercando di diventare grandi in un mondo che non sempre sa offrire loro un posto.

Non voglio giustificare la violenza, né trasformare ogni comportamento in una manifestazione di disagio da comprendere e accogliere. La violenza ha conseguenze, ferisce, distrugge e richiede responsabilità. Ma fermarsi alla condanna non basta. Se vogliamo occuparci davvero degli adolescenti dobbiamo avere il coraggio di andare un po’ più in profondità, di guardare oltre il gesto, oltre l’abbigliamento, oltre il linguaggio, oltre il nome che abbiamo deciso di attribuire loro.

Dobbiamo provare a chiederci che cosa c’è dietro.

Forse c’è un bisogno enorme di essere visti, riconosciuti, nominati. Il bisogno di appartenere a qualcosa, di sentirsi parte di un gruppo, di avere un’identità, anche quando questa identità passa attraverso comportamenti che ci spaventano o ci mettono in difficoltà. Forse c’è una rabbia che non trova parole, una fatica a immaginare il futuro, una ricerca di spazio in una società che spesso chiede ai ragazzi di adeguarsi, di comportarsi bene, di essere performanti, ma che non sempre offre loro occasioni per esprimersi, sbagliare, sperimentare, contare davvero.

A volte sembra che gli adulti siano più preoccupati di contenere gli adolescenti che di incontrarli. Vogliamo regolarli, controllarli, correggerli, riportarli dentro confini che abbiamo stabilito noi. Ma quanto siamo disponibili ad attraversare i loro confini? Quanto siamo capaci di ascoltare linguaggi che non ci appartengono, di stare dentro domande che non hanno risposte immediate, di accettare che il loro modo di abitare il mondo sia diverso dal nostro?

Forse dovremmo tornare a guardare i muri.

Non soltanto quelli imbrattati, ma quelli che abbiamo costruito intorno ai ragazzi. Muri fatti di pregiudizi, di distanze, di paura, di parole che classificano e separano. Muri che a volte diventano così alti da impedirci di vedere chi abbiamo davanti.

Eppure i ragazzi continuano a cercare spazi. Li cercano nelle strade, nelle piazze, nei gruppi, nella musica, nei social, nei vestiti, nei linguaggi che inventano. Cercano luoghi nei quali poter dire: io ci sono. Non sempre lo fanno nel modo che vorremmo, non sempre scelgono le strade giuste, ma il bisogno di esserci non possiamo cancellarlo.

È qui che entra in gioco la responsabilità educativa.

Educare non significa avere sempre una risposta, né sapere in anticipo quale sia la strada giusta da indicare. Significa esserci. Significa non sottrarsi all’incontro proprio quando diventa difficile, non confondere la persona con il suo comportamento, non rinunciare a cercare possibilità anche dove sembra esserci soltanto chiusura.

Significa anche mettere dei confini, assumersi la responsabilità di dire dei no, accompagnare i ragazzi a riconoscere le conseguenze delle proprie azioni. Ma farlo senza togliere loro dignità, senza trasformare ogni errore in una condanna definitiva.

Abbiamo bisogno di adulti che sappiano stare nelle strade, non soltanto di adulti che le sorveglino. Di educatori capaci di abitare i luoghi in cui i ragazzi si incontrano, di condividere tempo, di ascoltare senza avere fretta di spiegare, di costruire occasioni nelle quali ciascuno possa scoprire di avere qualcosa da offrire.

Abbiamo bisogno di tornare a credere nella possibilità di educare, anche quando i risultati non sono immediati, anche quando la relazione è faticosa, anche quando non sappiamo bene da dove cominciare.

Perché un ragazzo non è soltanto quello che fa oggi. È anche quello che potrebbe diventare domani, se qualcuno gli offre la possibilità di immaginarlo.

Forse dovremmo smettere di chiederci soltanto che cosa non funziona nei nostri adolescenti e cominciare a domandarci quale mondo stiamo consegnando loro. Quali spazi di libertà, quali occasioni di partecipazione, quali possibilità di futuro. Quanto siamo disposti a lasciare che prendano parola, che ci contraddicano, che ci mettano in discussione.

Non abbiamo bisogno di adolescenti che assomiglino agli adulti che vorremmo. Abbiamo bisogno di ragazzi che possano diventare se stessi, imparando a riconoscere i propri limiti, a rispettare quelli degli altri, a trasformare la rabbia in parola, la protesta in partecipazione, il bisogno di appartenenza in possibilità di costruire comunità.

E allora, forse, dovremmo tornare a scrivere sui muri. Non per cancellare le parole dei ragazzi, ma per aggiungerne altre. Parole capaci di aprire, di provocare, di lasciare domande.

Perché un muro può separare, ma può anche diventare una superficie sulla quale incontrarsi. Una parola può ferire, ma può anche aprire una strada. E qualche volta un gesto educativo comincia proprio da lì: dal non voltarsi dall’altra parte.

Mi piacerebbe che riuscissimo a scrivere, insieme ai ragazzi, un muro grande quanto il mondo. Non per insegnare loro che cosa devono pensare, ma per lasciare spazio alle parole che ancora non hanno trovato il coraggio di dire.

E magari ricordarci, noi adulti, che unisce più un sorriso che sapere una lingua, che un incontro vale più di un’etichetta e che nessuna strada educativa si può percorrere senza essere disposti a camminare accanto a chi la sta cercando.