di Emma Arrighi

Noto i piedi di Irma Teresa, porta spesso le infradito con le calze, o i sandali con le calze; questa cosa mi incuriosisce e mi domando tra me e me se sia frutto di una scelta personale o se sia la sua vocazione ad imporglielo.

Un giorno prendo coraggio e glielo chiedo, non sono mai stata brava nelle lingue eppure sembra così facile comunicare con l’altro, anche grazie alla pazienza infinita di chi, di fronte a noi, si prende il tempo di ascoltarci e comprenderci.

Irma Teresa mi racconta che è nata e cresciuta a Bahia dove è sempre estate e per questo motivo non ha mai avuto un paio di scarpe da tennis, ora le ha, ma si sente soffocare e così preferisce sentire il freddo piuttosto che non godere della libertà di muovere i suoi piedi.

Libertà, questa parola risuona nella mia testa, questa sensazione che qui mi manca.

Siamo ospiti dei genitori di Leonardo, Gordo e Letizia, due persone splendide, gentili e disponibili che non ci fanno mai sentire di troppo e si preoccupano di accompagnarci in comunità, venirci a prendere, portarci a fare la spesa e cucinarci spesso la cena. Tutto questo ricevere incondizionatamente, senza mai riuscire a ricambiare, mi fa sentire in difetto.

Il tempo passa e mi interrogo sulla libertà di gesti quotidiani, come andare a fare la spesa o cucinare, gesti scontati che qui necessitano di un permesso.

Penso ai ragazzi e alle ragazze della comunità di vida nova che scelgono momentaneamente di privarsi della libertà di vivere gesti quotidiani in autonomia, accettando di vivere i ritmi della comunità, ritmi non propri, di accettare di mettersi in gioco e fare ciò che gli viene proposto, di rispettare orari, di affidarsi all’altro. Affidarsi all’altro, un gesto difficile che in comunità cerca un equilibrio tra la responsabilità di dirigere un’attività (es. il turno in cucina) e l’essere condotto/guidato (es. da un educatore).

Tutto ciò è emerso da un’attività formativa dove è stato chiesto ai ragazzi e agli educatori della comunità maschile di muovere il corpo dell’altro creando un oggetto; ciò prevedeva che ognuno sperimentasse il condurre e l’essere condotto, entrando in contatto con il corpo dell’altro, trovando la forza di lasciarsi andare e sperimentando la responsabilità di guidare l’altro.

Ho conosciuto persone coraggiose che ogni giorno decidono di mettersi in gioco per assaporare, un domani, la libertà.

Penso a Claudio che grazie alla comunità ha ritrovato la pazienza di aspettare che un pesce abbocchi all’amo, penso a Claudio che ci parla della sua vagoneta dalla vela verde, che si muove grazie al vento che soffia in una lingua di sabbia che taglia l’oceano. Lì lui si sente vivo, lì lui si sente libero.

Guardo a terra, ho due paia di calze, le scarpe impermeabili ben allacciate e i piedi gelati, eppure ho
una voglia matta di camminare a piedi nudi, di indossare anch’io quelle infradito.

E forse il senso sta tutto qui, nel ripensare a quel Mondo e l’infradito, filo rosso che ci ha accompagnato durante la formazione e ha preso forma e colore nei piedi di Irma Teresa, piedi che attraversano strade buie per donare del cibo a chi ne ha più bisogno, piedi che percorrono strade sabbiose e spesso allagate per raggiungere la comunità e stare insieme ai ragazzi e alle ragazze che la abitano, piedi che incontrano il mio cammino.

Penso alle parole di Tamires “Desejo tdu de bom pra vc nessa caminhada. Juntas estamos aqui.”

E penso a quanto sia prezioso aver condiviso, anche solo per un attimo, il cammino con queste
persone!

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