di Gabriella Ballarini
10 anni fa scattavo questa foto in un’aula boliviana.
Eravamo un gruppo di donne che discuteva di educazione, rivoluzione, futuro, sofferenza e ricostruzione.
Ricordo il profumo della stanza, che sapeva di Popcorn, patatine e caffè.
Ricordo la sensazione del gesso sulle mani già dopo aver scritto la parola Mujer sulla lavagna in attesa dell’arrivo del gruppo.
Ricordo che prima di uscire ho scattato questa foto.
Ogni attività di Educatori senza Frontiere è raccontata in appositi report di fine viaggio e così sono andata a recuperare il nostro Report Bolivia 2015.

INCONTRO CON LE MUJERES CRISTO REI (HERMANA ISABEL)
PRIMO INCONTRO
PARTECIPANTI: 15 CIRCA
NUMERO ORE: 2
Abbiamo introdotto le parole chiave: – specchio – fotografia – storie di vita
Dopodiché abbiamo dato loro 4 fogliettini di carta, un cartoncino colorato ed un pennarello;
la consegna era quella di disegnare rispettivamente: due occhi, un naso ed una bocca su ogni fogliettino e riporli al centro del cerchio in un sacchetto di stoffa. In un secondo momento a turno, ognuna ha “pescato” casualmente due occhi, un naso ed una bocca, incollandoli sul cartoncino, creando un volto.
Si sono creati così diversi ritratti (collage di volti) composti da disegni appartenenti a persone diverse.
Successivamente con tempera nera e pennelli sono intervenute delineando il viso nei tratti e nella capigliatura. I volti sono stati poi posti al centro in cerchio e a turno, ogni donna ha scelto un ritratto e, guardandolo, ha raccontato una storia, personale o inventata.
L’incontro si è concluso ringraziando e congedando le signore all’incontro successivo.
Quell’anno erano con me Francesca Oro, Federica Berrobianchi, Annalisa Bergantini ed Elisa Attilia Casarini. Ricordo bene il nostro viaggio, un viaggio veramente straordinario, fatto di sfide quotidiane e di molti colpi di scena. (Vero ragazze?)
Questa attività nasce da un gesto semplice e antico: disegnare insieme un volto, senza sapere quale volto verrà fuori.
Ogni donna riceve un foglio e un compito preciso. Prima un occhio. Poi un altro occhio. Poi un naso. Infine, una bocca. Un solo elemento alla volta, senza progetto complessivo, senza l’ansia del risultato. Si disegna concentrandosi su quella parte, come se fosse l’unica cosa che conta, lasciando che la mano faccia ciò che sa fare. Non è richiesto “saper disegnare”, ma esserci.
Quando tutti i disegni sono pronti, vengono raccolti e disposti insieme, separati per tipologia: tutti gli occhi da una parte, tutti i nasi da un’altra, le bocche, gli sguardi. È un momento importante: si vede chiaramente che ogni segno è diverso, eppure necessario. Nessun occhio è uguale a un altro, ma tutti sono occhi. Nessuna bocca basta da sola a dire un volto.
A questo punto, ognuna prende a caso quattro elementi: due occhi, un naso, una bocca. Non sceglie, non controlla, accetta ciò che arriva. Con questi frammenti costruisce un ritratto nuovo, completandolo con la tempera nera: una linea che tiene insieme, che cuce, che dà forma senza cancellare le differenze.
Il risultato è sempre sorprendente. Volti improbabili, potenti, fragili, ironici, a volte spiazzanti. Ma soprattutto volti che non appartengono a una sola donna. Sono immagini nate da un intreccio, da una fiducia reciproca, dal lasciare andare l’idea di controllo.
Questo esercizio lavora in profondità sulla costruzione del gruppo. Dice, senza bisogno di spiegarlo troppo, che ciascuna è parte dell’altra. Che quello che porto io da sola è incompleto, ma insieme può diventare volto, presenza, storia. È un’esperienza che parla di interdipendenza, di ascolto, di stare dentro una forma comune senza perdersi.
In un gruppo di donne, questo gesto assume una forza particolare. È un modo concreto per affermare che crediamo nello stare insieme, nel costruire senso a partire dalle differenze, nel riconoscerci come parti di un corpo collettivo. Un volto fatto di molte mani, che esiste solo perché nessuna ha lavorato da sola.

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