di Martina Mattia Pulejo

16 agosto 2025

Siamo in aeroporto, ognuna di noi seduta su una sedia blu di plastica, con i propri pensieri e le orecchie in attesa di sentire l’annuncio all’altoparlante del nostro volo. Si ritorna a casa.

Che cos’è casa? Se giocassimo a Pinterest sarebbe un rettangolo, due finestre, un tetto di mattoni rosso, una porta marrone e un comignolo da cui esce del fumo. Ma se fosse una parola? 

Sarebbe calore dei responsabili del centro di Maracesti al nostro arrivo alla stazione, la cena di benvenuto a base di pizza per non farci sentire lontani da casa, di Theo che seduto davanti al centro “Lumea Pinocchio” ci aspettava con trepidazione a Panciu, pronto a scortarci in quella che sarebbe stata casa per una settimana.

Un’altra parola sarebbe mani, quelle dei professori che abbiamo incontrato in queste due settimane. Mani curiose, coraggiose che si sono messe in gioco, lasciando in borsa non solo la loro agenda e penna, ma anche la loro zona di confort. Mani che si sono affidate, che hanno interagito per cinque giorni, mani che hanno riflettuto sulle proprie strategie di comunicazione. 

Al grido “Copi facem un cerc” tante mani di bambini si stringono formando un cerchio, attendendo il prossimo gioco. Mani che  accarezzano, che abbracciano, che lanciano la palla, che corrono urlando tentando di prendere l’amico che scappa, che disegnano uno alla volta su un foglio bianco, cercando altri modi di comunicare diversi dalla parola. Mani che sfidano, mettono alla prova, mani che battono scandendo il ritmo della prossima canzone.

Cura di chi in maniera silenziosa ha cucinato per noi, facendoci gustare i sapori tipici di questa terra.

Cura di Marta, sorella maggiore, che al centro ha portato il fratellino più piccolo e non lo abbandona mai. Cura di Mihai, coordinatore del centro di Panciu, che tiene sempre il suo ufficio aperto e una sedia libera in attesa di ascoltare il prossimo bambino.

Fuori di casa ci sono muri, separazioni, divisioni, dentro casa questi si sgretolano e non è importante se sei un volontario europeo, un operatore del centro, un insegnante o un bambino della comunità rom, non è importante se non si parla la stessa lingua, un modo si troverà. Ci troveremo a metà strada, io ti insegnerò qualche parola di italiano e tu in rumeno, io ti spiegherò il mio punto di vista sul mondo e tu il tuo. Ci troveremo a metà strada di un ponte che arricchisce, che collega e non separa. Un ponte delicato che si può rompere in qualsiasi momento, come quello dei lego, formato da tanti pezzi diversi, che abbiamo costruito insieme. Il mio “buongiorno” diventa la base del ponte, il tuo “Bună dimineaţa” le fondamenta che lo sorreggono, “grazie” e “multumesc” diventano le travi.

Casa sarebbe anche grazie ai bambini che con la loro vitalità ci hanno accolto, ci hanno fatto ballare, cantare, ma soprattutto correre.

Grazie ai professori che abbiamo incontrato, con cui ci siamo confrontati, costruendo questo ponte di opportunità. Al loro coraggio di mettersi in gioco, di sedersi per terra e disegnare in gruppo, trovando altre forme di comunicazione rispetto alla voce, di passarsi un filo e dire ad alta voce il nome di una persona casa, di ascoltarsi  capire quale ritmo li accendeva o spegneva, di cambiare prospettiva e mettersi in quella dell’alunno. Grazie ai volontari che ci hanno aiutato nella traduzione, ai responsabili dei due centri che ci hanno accolto e fatto vedere con i loro occhi questa terra piena di opportunità e contraddizioni. 

Stanno annunciando il nostro volo, zaini in spalla e ci dirigiamo verso l’ultimo controllo, ma allora la casa dov’è?

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