di Marta Stroscio
Mi sono spesso chiesta cosa significhi davvero essere adulti. Da bambini, sogniamo di crescere, di indossare i vestiti dei nostri genitori e di guidare un’auto. Vediamo l’età adulta come una porta verso l’autonomia e la libertà. Ma in alcune parti del mondo, a volte, questa porta si apre troppo in fretta, costringendo i bambini a diventare adulti prima del tempo a causa di necessità, dovere o circostanze dolorose.
Durante il mese di formazione in Bolivia ho avuto la sensazione di vedere un mondo al contrario: i bambini e i ragazzi raccontano la loro sofferenza con la gravità degli adulti, mentre gli adulti, a volte, desiderano tornare bambini per ritrovare la spensieratezza perduta. È un paradosso doloroso, alimentato da una società che spesso ci insegna a nascondere le nostre ferite e a non mostrare le nostre fragilità. La paura del giudizio ci spinge a soffocare le grida di dolore, a tenere per noi le cose più terribili. Ma se non possiamo parlare, cosa possiamo fare noi, se non ascoltare?
Ed è proprio nell’ascolto che si nasconde una forza incredibile: quella della condivisione, del “compartir”. Condividere il nostro peso non significa sempre trovare una soluzione immediata. A volte, significa semplicemente alleggerire il carico, sentire che non siamo soli. Significa sapere che c’è un’altra persona che ci capisce, che vive o ha vissuto qualcosa di simile. Non è sempre necessario girare il mondo per scoprirlo; a volte basta una conversazione con uno sconosciuto, forse perché in quel contesto ci sentiamo più liberi dal peso del giudizio.
È nella condivisione che il dolore si trasforma in empatia, la gioia in orgoglio. In alcuni momenti formativi, nel corso dei numerosi taller che abbiamo realizzato, ho visto questa trasformazione. Alcune ragazze hanno scelto di condividere con noi un pezzo della loro vita più intima. Lo hanno fatto lasciandosi guidare dalle nostre indicazioni in spagnolo, fatte di parole a volte sgrammaticate ma che arrivavano dritte al cuore. Lo hanno fatto con frasi su post-it, fili di lana intrecciati, con indosso le loro divise gialle e rosse che non dimenticherò mai. I loro erano racconti, abbracci e sguardi che valgono più di mille parole.
La condivisione non riguarda solo il dolore. È anche il luogo in cui si celebrano i successi, i piccoli e grandi traguardi raggiunti. Ho provato una gioia e un orgoglio indescrivibili nell’ascoltare queste ragazze raccontare i loro successi. È proprio in questi momenti che si capisce di non essere soli. La loro resilienza, la loro speranza e la loro forza sono diventate una parte della nostra, e viceversa.
Un’esperienza così profonda e unica richiede di avere le persone giuste al proprio fianco. Per questo, voglio ringraziare le mie compagne di viaggio, educatrici e grandi professioniste che, con la loro sensibilità e umanità, hanno condiviso con me sia le difficoltà che le meraviglie di questo percorso. È un’esperienza così preziosa, che solo “Educatori Senza Frontiere” sa regalare, perché ci insegna che il nostro ruolo è essere testimoni, senza estorcere nulla, ma semplicemente ascoltando, accogliendo e condividendo. Condividere la vita, in tutte le sue sfumature, è l’atto più coraggioso e liberatorio che esista.


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