di Davide Sabatini
Dopo un lungo viaggio via terra, fatto di chiamate al mio coinquilino, treni persi e attese in stazione, salgo sul Solarium del traghetto.
Chiudo gli occhi.
Sento la brezza marina che mi accarezza la pelle. Il cuore batte più forte, forse per la paura dell’inaspettato.
Arrivo alla Mammoletta insieme alle mie compagne di viaggio. Avevano aspettato che tutti raggiungessero Portoferraio prima di partire.
Faccio tabula rasa di tutto ciò che può costruire muri. Provo ad abbattere i pregiudizi che, quasi senza accorgermene, si radicano nel flusso dei miei pensieri.
Apro gli occhi.
Sento la musica vibrare nell’Anfiteatro. Rimbalza sul pavimento di legno, che scricchiola sotto i nostri passi.
Chiudo gli occhi.
È sera. Viene riproposta Grazie-Scusa.
E penso a Marta.
Come avrei potuto spiegarle, l’ultimo giorno, tutto quello che avevo provato in quei dieci giorni, quando mi ha chiesto quali emozioni avessi vissuto?
Forse non potevo.
Forse dieci giorni sono troppi da racchiudere in una risposta.
Quest’esperienza ha cambiato il modo in cui, in futuro, guarderò ciò che mi fa paura perché diverso da me. Ho capito che, a volte, abbiamo molto più in comune con chi consideriamo un nemico di quanto siamo disposti a credere.
Mi sono lasciato coinvolgere.
Stravolgere.
Ho visto miei coetanei trasformare un semplice pezzo di carta in uno specchio con cui guardarsi dentro. Noi di Educatori Senza Frontiere non abbiamo fatto altro che offrire spunti di riflessione: siamo arrivati con una proposta e siamo andati via con mille idee.
Idee che risuonano e rimbalzano nella mia testa.
Idee che sarà difficile togliere.
Chiudo gli occhi.
Li riapro.
È già sabato.
Siamo sul gommone. Cavalchiamo le onde alla ricerca di un luogo che accolga fauna e flora meravigliose. Lo stomaco si ferma durante le discese e le risate diventano sempre più fragorose sulla cresta dell’onda.
Guardo l’isola che ci circonda.
Ma forse non dovevamo cercare così lontano.
Forse le creature più belle dell’isola dormivano a pochi metri da me.
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