di Charlie Rigoni

Nei giorni scorsi con lə adolescenti dello Spazio47 abbiamo immaginato la nostra città ideale: che spazi ci sono? Da chi sono abitati? Che regole ha?

Oggi siamo statə a una mostra proprio su questo: attraverso il suo lavoro, l’artista voleva interrogarsi (e interrogarci) sul senso degli spazi che abitiamo e su come questi possano contribuire a costruire comunità. La descrizione di una delle installazioni riportava tra i materiali usati “a lot of people”, a ricordarci che noi siamo parte attiva e integrante degli spazi che attraversiamo e che abbiamo la responsabilità e la possibilità di renderli accoglienti, emozionanti e partecipati.

Lo Spazio47 è proprio questo: mi ha accolto con tutti i colori dei lavori fatti dallə ragazzə durante l’anno e con i racconti dei primi amori, delle difficoltà scolastiche, dei litigi con i genitori e dei piani emozionati dei primi viaggi in autonomia.

È uno spazio che davvero parla di chi lo abita, di quanto le persone si sentano accolte così come sono, della voglia di sperimentarsi e misurarsi con il mondo. Ogni persona che entra allo Spazio ne è parte integrante: chi fa i compiti al doposcuola e chi aiuta a studiare ogni settimana, chi sta solo qualche ora a giocare a calcetto, e chi, come me, è “di passaggio” per poche settimane.

Nell’ultima settimana l’abbiamo riempito di scatole dipinte, di ritratti e di amici immaginari sotto forma di piccoli origami colorati.

Ci siamo dettə: ok, in questo spazio stiamo bene. Cosa vogliamo dire al mondo per portare al di fuori dello Spazio47 un po’ di questo calore? Abbiamo preso i nostri origami, li abbiamo riempiti di parole e li abbiamo lasciati per le strade del quartiere, immaginando le espressioni di chi avrebbe trovato i nostri messaggi.

Ormai da un po’ mi interrogo su cosa voglia dire essere comunità, sulla frustrazione e la pazienza nel costruirla e la responsabilità e la vulnerabilità del farne parte.

Questo campus mi ha insegnato tanto a riguardo. Ho sentito la stanchezza delle stanze piene di voci, la necessità di ritagliarmi spazi di solitudine e poi la bellezza delle colazioni assieme, degli sguardi complici e di cucinare per qualcun’altrə. Ho sentito sulla mia pelle come le persone rendano gli spazi comunitari aprendo le porte e il cuore.

Mi fermo a pensare all’enorme fortuna e privilegio di condividere lo spazio e il tempo con lə bambinə del campus bimbi che mi si arrampicano sulla schiena, con una ragazza che scrive su una barchetta di carta colorata che vuole avere il diritto di sognare, e con gli altri 7 esseri umani pazzeschi accanto a cui mi sono svegliato negli ultimi 14 giorni.

E penso davvero che ho vinto tutto nella vita.