di Don Antonio Mazzi
Ogni volta che le regole dell’economia ci soffocano, che la politica ci delude, che il rispetto delle regole di convivenza fondamentali vengono meno, che si alza la voce per avere ragione a ogni costo, anche mentendo (e vantandosene); ogni volta che i poveri vengono messi a tacere o sovrastati da voci arroganti (anche ricorrendo alla svalutazione della loro esperienza e della loro dignità); ogni volta che la cultura, il senso del bello, la volontà di capire vengono trascurati e svalutati… bisogna in diversi contesti fare appello alla «necessità dell’educazione».
Di solito questo discorso è diffuso sulle bocche degli adulti e si rivolge anzitutto al mondo giovanile. Ma proprio quando gli adulti insistono tanto su questo aspetto, sembrano dimenticare che i protagonisti dell’educazione sono sempre due: l’educatore, che dovrebbe essere un adulto capace di prendersi cura della crescita dell’altro, e l’educando, che a ben vedere è sì il giovane, ma più profondamente è l’essere umano in quanto tale, a tutte le età.
Dunque, per un mondo in crisi, di cui ci lamentiamo e le cui prospettive ci spaventano e addirittura ci paralizzano, l’unico «rimedio» è la riscoperta della sua dimensione essenziale: viviamo nel mondo che l’essere umano ha fatto e sta facendo, quindi abbiamo bisogno che esso (e l’umanità in ciascuno di noi) scopra o riscopra le proprie risorse, le proprie ricchezze interiori, il proprio autentico valore e, a partire da questa scoperta, cresca, si esprima, evolva, si realizzi e dia il proprio contributo al mondo.
Possiamo crescere, tutti, compiendo su noi stessi e insieme a chi ci sta accanto uno sforzo educativo che, se vissuto con lucidità e coraggio, può davvero trasformare il mondo.
Nient’altro lo può fare, come dovrebbero comprendere anche coloro che ci governano, che purtroppo investono in educazione una parte sempre troppo esigua dei bilanci pubblici.
Vorrei cominciare con un’immagine biblica. Non lo faccio solo per rendere omaggio a un mio grande compagno di cammino, l’arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini, che ci ha lasciato nel 2012, ma perché proprio lui ha insegnato anche a me due cose fondamentali:
– che il Vangelo aiuta a leggere ogni aspetto della storia, personale e universale;
– che questo aiuto è disponibile non solo per i credenti, com’è ovvio, ma anche per i non credenti aperti e disposti a riflettere insieme su un patrimonio di saggezza e attenzione all’umano di cui non possiamo privarci senza impoverirci (e infatti il cardinale Martini istituì e ripeté più volte, la «Cattedra dei non credenti», un appuntamento di intenso dialogo con pensatori, uomini e donne di cultura e orientamento anche non cristiano).
L’episodio su cui vorrei riflettere è narrato nel Vangelo di Luca ed è noto come «i due discepoli di Emmaus» che tutti conosciamo. L’elemento che mi colpisce è che quasi tutto avviene camminando. Camminano i due discepoli di Gesù che se ne vanno da Gerusalemme, un po’ delusi e forse un po’ preoccupati per il loro futuro. Cammina Gesù risorto, accanto a loro, senza che essi possano riconoscerlo.
I tre camminano insieme, non si fermano mai. Qui è contenuta una straordinaria intuizione:
per individuare e seguire con convinzione, con efficacia, con gioia la strada che porta alla vita, alla pace, al bene, non dobbiamo attendere un miracolo dal cielo, ma abbiamo bisogno di vivere un “vero percorso educativo”.
Questo significa scoprire che l’umanità può prendersi cura di se stessa grazie all’educare e all’educarsi che ci raggiunga e coinvolga là dove ciascuno di noi si trova e lungo la strada che ciascuno sta percorrendo.

