di Giada Fratini
Entro in Gran Salle, accendo la musica e vedo gli studenti di Human entrare con il loro solito entusiasmo capace di coinvolgere chiunque.
Dopo i primi mesi di servizio civile mi sono accorta che è vero, ognuno di noi, con i propri modi, tempi, capacità e passioni, può portare qualcosa di suo all’altro, qualcosa che sente importante. Un giorno, parlando con qualche studente di Human, ho pensato alla bellezza di essere insieme a miei coetanei che hanno fatto la mia stessa scelta, ovvero quella di diventare educatore. Ho iniziato a farmi tante domande e a immaginarmi questo incrocio di vite che ha portato tutti loro a trovarsi in questa scuola, insieme. Mi hanno sempre affascinata le storie, e penso che Ambalakilonga in fondo sia questo… ogni giorno ci sono persone che arrivano, partono, si raccontano, ascoltano, condividono, si danno il buongiorno.
Ho ripensato al mio percorso universitario e mi è subito tornato alla mente un laboratorio svolto al primo anno che mi aveva molto colpito, e che soprattutto conteneva una domanda centrale “Perchè voglio fare l’educatore?”. Per me, riflettere su questo e ascoltare le voci dei miei compagni aveva avuto molto valore e ho pensato a quanto sarebbe stato interessante far vivere questa esperienza anche agli studenti di Human. Ho proposto così questa formazione, ispirandomi a ciò che avevo fatto in Italia, riportando quindi un mio vissuto per trasformarlo in qualcosa di nuovo, ed ero molto emozionata perchè non sapevo cosa aspettarmi. Era il momento giusto.

Così iniziamo e, dopo un gioco per rompere un pò il ghiaccio, ho messo nel mezzo al cerchio un grande cartellone con al centro scritto “La strada che mi ha portato fino a qui”.
Mi ero immaginata proprio un insieme di tante strade che si ritrovano oggi in un punto comune, seppur all’inizio molto lontane. Gli studenti dovevano rappresentare in modo artistico la propria storia, ed è stato un momento molto forte. Qualcuno è stato fermo un bel pò a pensare prima di toccare il cartellone, qualcun’altro ha subito preso colori accesi, qualcuno ha disegnato curve, deviazioni, strade strette, buchi, persone. Guardarsi alle spalle può essere bello perchè ci ricordiamo di momenti piacevoli, ma anche doloroso e difficile, e vederli mettersi in gioco su questo per me è stato già un regalo enorme e non scontato. Dopo in cerchio, ognuno seduto davanti alla propria strada, abbiamo condiviso le sensazioni provate durante l’attività e qualcuno si è raccontato agli altri seguendo le tappe del proprio cammino. Ho chiesto poi di segnare sulla propria strada quel momento in qualcuno si è preso cura di loro.
L’educatore è un lavoro di cura, e penso che chiedersi come abbiamo vissuto questo tema nella nostra vita sia importante per capire come rivolgerla poi all’altro. Arriviamo così a rispondere alla domanda “Perche voglio fare l’educatore?” attraverso un momento di scrittura libera. Ho visto alcune facce spiazzate, altre incerte, altre sicure di sè. Credo fortemente che mettersi in discussione e farsi questa domanda anche dopo anni sia in realtà il motore di questo lavoro, sentire dentro di noi cosa è che ci accende.
Quanto le nostre esperienze passate influenzano le nostre scelte? Quanto le persone che incontriamo nel nostro cammino determinano le direzioni da prendere?
Sono molto grata per il modo con cui si sono affidati in tutte queste attività, e anche se le nostre strade sono iniziate da punti così distanti tra loro, io mi sono sentita un tutt’uno.


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