Di Cristina Mazza
La fiamma olimpica è un fuoco che arriva da lontano.
Attraversa luoghi, popoli, generazioni. Non appartiene a chi la porta, ma a una storia più grande, che chiede solo di essere custodita per un tratto di strada e poi consegnata.
Quando mi è stato chiesto di portare la fiamma olimpica, ho provato gratitudine, emozione e un forte senso di responsabilità. Perché la fiamma non è solo un simbolo dello sport: è una storia che passa di mano in mano, è un messaggio che chiede di essere custodito e rilanciato.
Ci sono momenti in cui il tempo sembra rallentare.
Quando stringi tra le mani la fiamma olimpica, succede proprio questo: il rumore intorno si attenua, il passo diventa più consapevole, lo sguardo si apre. Non stai solo camminando. Stai entrando in una storia che non comincia con te e non finisce con te.
Portare la fiamma è un gesto semplice e allo stesso tempo potentissimo. Una fiamma che passa di mano in mano, attraversa luoghi, persone, generazioni. È un simbolo antico, ma incredibilmente attuale: parla di impegno, di continuità, di responsabilità condivisa. Perché quella luce non è mai “di qualcuno”, è sempre “per qualcuno”.

La fiamma rappresenta valori che lo sport incarna da sempre: impegno, rispetto, fatica condivisa, inclusione, speranza. Valori che non restano confinati nei campi di gara, ma attraversano la vita quotidiana e il lavoro educativo.
Mentre camminavo con la fiamma tra le mani, ho sentito che quel gesto parlava anche di me e del mio percorso associativo. Parlava del cammino come metafora del viaggio umano ed educativo, un’immagine che conosco bene grazie all’esperienza con Exodus e poi a quella di Educatori senza Frontiere, dove la strada non è mai solo uno spostamento, ma uno spazio di trasformazione.
Portare la fiamma olimpica significa anche questo: accettare, per un attimo, di essere custodi. Custodi di un messaggio che parla ai giovani, alle comunità, a chi crede che l’educazione – nello sport come nella vita – passi dall’esempio più che dalle parole.
Nello sport, come nei cammini che in questi anni abbiamo fatto con centinaia, di volontari non conta lo scatto iniziale né l’arrivo spettacolare. Conta la costanza, il rispetto del ritmo, la capacità di stare nella fatica senza smettere di credere nel passo successivo. La fiamma, come il cammino, non chiede di correre: chiede presenza, attenzione, responsabilità.
Quel fuoco che arriva da lontano è lo stesso che, nei percorsi educativi, si cerca di proteggere e alimentare anche quando sembra affievolirsi. È la fiducia nelle persone, soprattutto nei momenti più fragili. È la convinzione che nessuno si rimette in cammino da solo, ma sempre grazie a qualcuno che cammina accanto.
Portare la fiamma mi ha ricordato che ogni gesto educativo è una consegna: ricevi qualcosa che altri hanno acceso prima di te e sei chiamato a non spegnerlo, a portarlo avanti con cura, per poi affidarlo ancora. Il passaggio di mano in mano alimenta il fuoco che porta con sé storie di vita. È così nello sport, è così nella vita comunitaria, è così nei percorsi di Exodus e di ESF.
Quando ho passato la fiaccola, ho capito che quel fuoco continuava il suo viaggio. Ma lasciava anche una traccia dentro di me: la responsabilità di continuare a camminare, ogni giorno, con lo stesso spirito. Senza clamore, senza scorciatoie, ma con la fiducia che anche un passo alla volta può tenere accesa una luce.
Perché i fuochi più importanti non sono quelli che abbagliano, ma sono quelli che piccoli, che permangono per lungo tempo, che fanno luce, che danno calore, che creano famigliarità.
Perché in fondo la fiamma olimpica ci ricorda questo: che lo sport, come l’educazione, è un atto di speranza. E che il futuro si costruisce sempre insieme.
Perché in fondo la fiamma non illumina solo una strada.
Illumina la possibilità di camminare insieme, nella stessa direzione.


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