di Francesca Adamoli

“L’ultima chiude la porta”, è la raccomandazione che Leonardo, presidente della comunità terapeutica per tossicodipendenti “Vida Nova” di Riogrande in Brasile, ci diceva sempre a noi gruppo ESF, ogni volta che lasciavamo un luogo. 

Ora però mi domando: quando quella porta è stata aperta? Quando io e le mie compagne di viaggio siamo entrate in quei luoghi? 

Così ripenso ad un’immagine precisa: era un giorno di attività con gli ospiti della comunità, la nostra proposta era quella di produrre un ritratto condiviso. Praticamente ogni persona, a turno, si sedeva sulla sedia e gli altri partecipanti del gruppo. Dovevano osservare attentamente la persona e disegnare su un foglio un dettaglio dell’altro dal busto in su. In modo tale che ognuno avesse il proprio ritratto creato dall’unione dei dettagli disegnati da tutti.

Veronica spiega l’attività e tutti iniziamo a posizionarci, scegliendo con cura colori e osservando chi ci sta davanti. Sperando che il mio turno di essere ritratta arrivasse il più in là possibile, osservo e disegno gli altri. Raffiguro i dettagli della maglia grigia di Rafael, lo stemma rosso della squadra del cuore di Marcelo, gli occhi azzurri di Claudio e i tatuaggi neri di Patrick. 

È il mio turno, mi siedo sulla sedia, all’inizio non so dove guardare e mi sento in imbarazzo, le guance iniziano ad arrossire. Non amo essere al centro dell’attenzione ed essere guardata da sconosciuti, ma piano piano capisco che è un osservare differente: noto la cura di Gustavo nel rappresentare il contorno del mio viso, vedo Douglas che mi scruta e con il pennarello in mano fa cerchi nell’aria e poi disegna sul foglio la mia massa intricata di ricci tutti disordinati, poi c’è Marcus che si accorge dei miei orecchini rossi rotondi e decide di raffigurarli. Poi si aggiungono naso, occhi, ciglia, bocca e occhiali e così prendo forma. Quell’imbarazzo lascia posto alla gratitudine di essere vista, alla bellezza dei dettagli che gli altri ti restituiscono. 

Abitiamo in emisferi diversi, non ci conosciamo, non parliamo la stessa lingua, ma ci siamo presi un frammento di tempo per guardarci negli occhi per dare senso ai nostri particolari, alle espressioni che indossiamo e alle persone che siamo. In quella stanza per quell’ora abbiamo accantonato le paure, le sostanze, le differenze e preso una scelta importante: sentirsi esseri umani. 

Ecco in quel preciso momento, quando ci siamo fermati e osservati a vicenda, l’uno con l’altro, ho sentito di essere invitata a oltrepassare quella porta, ad essere accolta oltre la soglia come persona. 

L’ultima chiude la porta e ci sono io alla fine della fila, ma questa volta la porta l’ho voluta lasciare socchiusa ed ora che sono tornata dal Brasile, come per ogni viaggio mi sono un po’ persa, però senza tristezza e negatività. Penso alla fortuna di essere stata educata dalle persone, al coraggio quotidiano di rimanere umani.

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