di Monica Colombo
“Chi ha voglia di accompagnare una famiglia dal dottore oggi?” Ci ha chiesto Rosario, responsabile di Ambalakilonga, un giorno mentre bevevamo il caffè dopo pranzo. Non ho capito bene cosa intendesse e cosa dovessimo fare, ma mi sono subito proposta. Volevo capire, volevo vedere.
Per poter essere visitata, ogni persona deve avere un piccolo quaderno su cui il dottore possa scrivere. Se non lo hai, non entri e nessuno della famiglia da cui siamo andati lo aveva.
Abbiamo dato i soldi alla figlia più grande perché potesse acquistarli e ci siamo seduti in attesa che venissero visitati.
“Scabbia. Servono le medicine per curarla ma anche vestiti puliti e la possibilità di lavarsi” ci dice la dottoressa.
Ci siamo andati subito in farmacia e siamo rimasti sorpresi dal costo di quelle medicine, come avrebbero mai potuto permettersele delle persone che non hanno neanche i soldi per mangiare?
Abbiamo poi cercato vestiti puliti tra quelli donati alla comunità e del sapone di Marsiglia da portare loro.
“Quanto dobbiamo dare a Nicole per le treccine che ci ha fatto?” chiediamo una domenica a Rosario. “Sono 50.000 ariary a testa. Mi ha detto che con questi soldi manderà i suoi figli a scuola”.
“Sono in difficoltà” ci dice una mamma, con tre figli suoi e altri quattro abbandonati dai genitori di cui ora deve occuparsi, mentre ci accoglie in casa sua. Due letti per dieci persone è tutto ciò che hanno.
“Venite a prendere un po’ di riso da noi” diciamo a due gemellini che incontriamo per strada e che ci dicono di non aver mangiato a pranzo, come tutta la loro famiglia.
“Chi ha voglia di venire con me nel villaggio qui vicino? C’è un bambino che forse ha bisogno di aiuto” ci ha chiesto Rosario un pomeriggio qualsiasi. Non me lo sono fatta ripetere due volte. Volevo vedere, volevo capire.
La nonna è già fuori dal cancello di Ambalakilonga, ci accompagna a casa sua.
Una ragazza è seduta sul letto, con un bimbo di otto mesi in braccio. Piange molto, è rigido, non ha contatto visivo e un solco profondo sulla testa. Ci dicono che è nato in casa, non ha pianto e che è caduto a terra. È stato in ospedale ma si vede che non sta bene, hanno bisogno di aiuto per pagare un dottore.
“Chi è quel signore?” chiedo a Rosario appena ripartiamo in direzione centro città, mentre sta rialzando il finestrino. “Ha bisogno di fare un’operazione, gli ho chiesto di farmi chiamare dal suo medico per capire meglio come possiamo aiutarlo”.
Molte persone quando passano da Ambalakilonga pensano che sia come un’isola felice, una bolla, un luogo distante da ciò che la circonda. E lo ammetto, è stata la stessa sensazione che mi ha attraversata appena sono arrivata lì. Appena ho visto la bellezza e la cura del luogo, la serenità delle persone che lo abitano, così diverso dalle strade limitrofe fatte di terra, buchi e grandi fatiche. Durante il mio viaggio però, ho voluto vedere oltre e grazie alle esperienze che ho vissuto, ho potuto capire che non c’è niente di più sbagliato.
C’è tanto dentro Ambalakilonga: una casa, una scuola per i più piccoli e una per futuri educatori, una caffetteria, lavoro dato a tante persone, formazione, serenità e stabilità. Ma c’è tanto anche fuori: il cancello di Ambalakilonga non è confine ma possibilità. È speranza e aiuto. È punto di riferimento per tutto il quartiere e anche di più. È una mano tesa che tutti sanno di poter afferrare quando ne hanno più bisogno.


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