di Matteo Sciacca

Mi rivolgo a te, bambino, bambina che giri a zig zag nelle pieghe della tua vita. Quando sono arrivato lì al campus c’eri già da una settimana; io sono stato uno degli ultimi educatori a raggiungervi a Milano. Non ti conosco bene, non ti ho conosciuto bene per niente. Immergersi in uno spazio, stare insieme per un tempo breve è qualcosa di difficile da vivere. 

Mi sembra comunque di non essere il solo ad essere catapultato dentro questa realtà, è un po’ ti capisco. 

Questi adulti che non si rassegnano all’idea che il luglio milanese possa essere superiore alla parola solitudine e a quello che mostri desiderare da tempo: lasciarti in pace, finalmente tu ed il tuo telefono, tu ed il tablet preso da chissà chi in casa. 

Invece vieni qui, ti portano qui, in cascina. Che cosa terribile, incontrarci gente entusiasta, bambini più piccoli di te che non sanno ancora bene come funziona, che la vita non è affidarsi ad un adulto perché quelli lì ti fregano, prima o poi; ti fregano sempre. E allora alle attività di questi preferisco starmene in disparte, con lo sguardo supponente di chi decide che quello che ti propongono è ‘una roba per piccoli”. 

C’è un ‘però’ gigante che aleggia in tutto questo atteggiamento. Noi che ci adoperiamo in cento modi diversi per trovare compromessi e farti vivere qualche momento di ‘sto insieme agli altri’ nel nostro scalcinato sforzo di accogliere un tuo minimo segno di approvazione, cogliamo la verità: muori dalla voglia di attrarci a te. 

Non hai perso la speranza, non ancora, che adulti così, in fondo, per quanto sembrino ridicoli nel ballare e cantare ti stanno regalando. Graviti intorno alle cose, le osservi; qualche volta, dentro le attività, ci sei. Quando scopri che abbiamo pensato ad un regalo per te, in cui tu ci sei dentro perché un poco te lo sei costruito, anche solo per una frazione di secondo, vediamo qualcosa brillare nei tuoi occhi. ‘Questa roba è per me?’ E poi, come per far sparire un minimo di soddisfazione da darci, ti ritrai. Non sei abituata a non avere un giudizio addosso. Non te l’aspetti da nessuno, colma di etichette che ti porti dietro. 

Certo, non è che noi che viviamo quelle settimane al campus bimbi siamo creature angelicate: quando, alla fine della giornata, rimettiamo le cose a posto e sistemiamo per il giorno dopo, siamo colmi di frustrazione e il giudizio, anche solo per scrollarci di dosso l’impressione di aver fatto qualcosa di sbagliato e dirci che in fondo il problema sei tu, emerge. Siamo umani. 

Ma se c’è una cosa che ho imparato qui dentro è che io, noi, non siamo nessuno, perché il giudizio influenzi il nostro incontro con te. 

Se c’è una cosa che vogliamo regalare a tutti voi che saltellate in questo spazio è proprio la cosa migliore di noi: non giudicarvi.

Alcuni reagiscono come te, altri invece ti si attaccano al collo, ti cercano, ti fanno mille domande, giocano senza farsi troppi problemi, hanno voglia di vivere frammenti d’infanzia che in qualche modo cerchiamo di preservare. Se ci siamo riusciti, non lo so. 

So solo che L’ultimo giorno di campus mi sfreccia di fianco un monopattino guidato da una ‘novenne’ con i riccioli. 

Mi saluta, ricambio. Le faccio la domanda più stupida del mondo ‘allora, è l’ultimo giorno: sei emozionata?’. Non aspetta un secondo. ‘Emozionata? Vorrai dire triste!’. Se ne va verso la cascina, mentre io rimango li, al semaforo, a ritrovare gli appunti della lezione che mi ha appena dato.

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