di Rebecca Mori

Sporcarsi i piedi nel fango. Lo hai mai fatto? Quando è stata l’ultima volta?

Fa sorridere che quando diventiamo adulti ci dimentichiamo della spensieratezza di alcuni gesti che erano così spontanei quando eravamo bambini o adolescenti.

A volte rifiutiamo certi gesti perché crediamo che non è una cosa da fare.

Eppure quando ti lasci andare, una parte di te gioisce e ti senti libera di essere chi vuoi essere. Oltre gli schemi mentali. Per ricordarti che puoi essere semplicemente te stessa. 

Ero al campus alla Mammoletta all’Isola d’Elba quando mi sono levata le scarpe e ho messo i piedi nel fango. Stavo facendo un’escursione con i ragazzi e le ragazze della comunità quando vedo Lulù, Marco e Fra che si erano tolti le ciabatte e hanno cominciato a camminare scalzi. 

Dopo qualche giorno al campus, avevo smesso di pormi domande. Semplicemente osservavo e stavo con loro. Anche solo con la mia presenza e il mio sguardo. Perché quel posto è un posto fuori dal tempo. 

E non appena metti piede lì, ti rendi conto di quanto le tue strutture mentali, i tuoi giudizi siano solo dei limiti. Inizialmente pensavo di dover essere una volontaria ESF pronta a trovare le parole giuste per quei ragazzi che si erano persi nella loro strada, ma mi sbagliavo.

Loro hanno insegnato più a me di quanto io abbia insegnato a loro. Ho capito sin da subito che le parole non erano sempre necessarie e, quando lo erano, ne bastavano poche, ma scelte con cura. Ognuno di loro aveva la straordinaria capacità di raccontarsi con il cuore in mano mentre ti guardavano intensamente. 

Non avevano paura di parlare delle loro fragilità e dei loro sogni. 

In comunità avevano imparato la bellezza dell’ascolto, del silenzio e della profondità dello sguardo. Cosa che io avevo dimenticato.

Stavano imparando a prendersi cura degli altri perché, solo facendolo, si può iniziare a prendersi cura di sé. Non è sempre facile perché amarsi è difficile, ma loro hanno scelto di essere qui per darsi una nuova possibilità.

Ogni giorno alla Mammoletta era una scoperta e ammetto che ho scoperto molto di me stessa. Quasi senza rendercene conto, avevamo scelto come tema del campus l’avamposto. E quell’avamposto era proprio la comunità, quel porto sicuro e accogliente dove ripararsi nei giorni di pioggia e riscaldarsi davanti a un focolare con una coperta fatta di abbracci e mani affettuose. Un porto da dove ripartire e salpare con la barca a vela, andando per mare alla scoperta di nuove isole.

Eh sì, perché il viaggio ci ha portato a scoprire qualcosa in più di noi stessi e a porci domande come: Chi sono io?; Come mi relaziono con gli altri e le altre?; Quali sono i miei talenti?. Ci siamo affidati, raccontando parti preziose di noi e siamo usciti dal nostro porto. Insieme.

Quando sono uscita io dal mio porto sicuro? 

Quando Lulù ha messo i piedi nel fango e mi ha detto: Prova anche tu!. Non ho esitato nemmeno un secondo: ho tolto le scarpe e l’ho fatto. Ho provato un senso di libertà e sorpresa. Ho sentito la spensieratezza e la spontaneità che da tanto ricercavo e tutto grazie a lei, una giovane ragazza con un cuore meraviglioso. A volte un gesto semplice ti cambia più di mille parole e ti fa fare quel passo che da tempo volevi fare. 

E in un attimo, ti trovi fuori dal porto sicuro e sei per mare insieme a dei compagni e compagne di viaggio inaspettati. E, con le vele al vento, arrivi all’ultima tappa del viaggio, l’isola che non c’è, quella fatta di sogni e speranze. 

Un’isola tutta da creare con colori, pastelli, foglie di ulivo e salsedine. 

Un’isola da cui ripartire per concedersi una nuova possibilità.

Ed io ragazzi e ragazze sono profondamente grata di ciò che mi avete insegnato perché anche voi mi avete dato la grinta per ricominciare.

Spero di rivedervi un giorno sulla vostra isola che non c’è a issare la randa delle vostre barche a vela e a tuffarvi nel mare blu limpido e profondo.

Buon vento ragazzi!

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